Cinemorfina, per drogati di cinema

Aberdeen

Anna Maria Pelella 21 aprile 2016 Recensioni Nessun commento su Aberdeen

 

Aberdeen

Titolo originale: Heung Kong Tsai

Regia: Pang Ho-Cheung

Genere: drammatico

Durata: 98 min.

Anno: 2014

nazione: Hong Kong

cast: Louis Koo, Eric Tsang, Gigi Leung, Miriam Yeung

 

Aberdeen Poster - Magnum FilmsUn’occhiata disincantata ai drammi personali e ai conflitti familiari dei Cheng, una famiglia benestante di Hong Kong composta da due figli e rispettivi consorti, un nonno con la sua nuova compagna e la giovane nipote di questi.

Pang Ho Cheung è maturato. Non che ci fosse un qualche dubbio sulla sua capacità stilistica ma, dal momento che è stato un regista piuttosto versatile, spesso il dubbio poteva semmai riguardare la sua volontà di dedicarsi a un cinema più misurato e meno pirotecnico delle sue prove più famose.

Dubbio che viene immediatamente dissipato in presenza di una rappresentazione così lieve da risultare poetica anche nei passaggi più ostici, senza mai perdere di vista il tratto surreale che intesse la trama già dai primi fotogrammi.

I Cheng sono una famiglia honkonghese come tante. Il nonno è un prete taoista rimasto vedovo, che si accompagna a una hostess più giovane. Il figlio è un affermato professore che predica l’importanza della bellezza per le donne, ovviamente sposato a una modella che ha qualche problema a vedersi rifiutare i lavori, mentre la sua giovane figlia comincia a mostrarsi sempre più evidentemente lontana dalla bellezza materna. La figlia invece, sposata a un medico che la tradisce, fatica a guardare avanti e a lasciarsi indietro le colpe del passato e il dolore di un rapporto mai risolto con la madre morta da ormai dieci anni.

Lo stralcio che Pang decide di mostrarci è quello che riguarda la risoluzione dei conflitti più evidenti su cui poggia il fragile equilibro della famiglia Cheng.

Se da una parte la conoscenza del passato aiuta a proiettarsi meglio verso il futuro, è pur vero che rimanere ancorati agli avvenimenti dolorosi non porta mai da nessuna parte. Cheng Wai-ching, la figlia del prete taoista, ha un conflitto mai risolto con la figura materna e vive dolorosamente il ricordo di lei, mentre suo marito scopre in un tradimento il vero significato delle sue scelte esistenziali e la direzione che queste gli stanno indicando. Cheng Wai-tao invece, convinto fino in fondo del fatto che a una donna necessiti innanzitutto esser bella, si crea non pochi problemi di fronte all’evidente bruttezza della figlia, improbabile risultato di un matrimonio basato essenzialmente sull’estetica. Il tutto viene lentamente a galla, come fosse stato seppellito su una spiaggia e riportato alla luce dalla risacca: i Cheng scopriranno a poco a poco che le cose possono cambiare e che i conflitti spesso hanno una natura essenzialmente influenzata dalla prospettiva da cui li si guarda.

Il tocco surreale, vero gioiello del film, emerge a mano a mano che seguiamo la giovane Chloe/Piggy che piange la sua lucertola/Gozilla mentre si chiede insistentemente se l’animale si reincarnerà aiutato dal nonno o andrà in Paradiso come predicato da suo padre.

Ed è tutta qua la cifra stilistica di questo nuovo lavoro di Pang Ho-Cheung, nella messa in scena delle due anime di una città di confine il cui passato è ancora adesso evidente in ogni momento della sua storia attuale. L’assorbimento nell’abbraccio della Madre Patria non ha certo cancellato gli anni in cui la città è stata una metropoli e un centro nevralgico per il commercio marittimo, e i precetti del Partito, o anche quelli confuciani se è per questo, devono rassegnarsi a convivere con i riferimenti europei che per anni hanno influenzato gli abitanti dell’esperimento “Un Paese due Sistemi”.

La regia mostra in pieno la spaccatura esistente mettendo in scena entrambe le anime di questo punto di intersezione tra due universi, quella attuale proiettata in avanti verso le nuove sfide e i nuovi sogni e quella antica e delle tradizioni più radicate. Il cast in ottima sintonia completa un quadro già di per se perfetto, con una speciale menzione per Miriam Yeung che racchiude in un solo doloroso sguardo tutto il passato che non potrà mai tornare e il futuro che si presenta mentre siamo “impegnati a fare altri piani”.

 

Anna Maria Pelella

 

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