Cinemorfina, per drogati di cinema

Amnésia


 
AMNèSIA

di Luciana Morelli

Regia: Gabriele Salvatores
Produzione, anno: Italia/Spagna , 2001
Genere: Commedia
Durata: 115 ‘
Cast: Diego Abatantuono, Sergio Rubini, Martina Stella, Ruben Ochandiano, Juanjo Puigcorbè, Alessandra Martines, Maria Jurado, Bebo Storti
Voto:

Vi chiederete perché Amnèsia invece di Amnesìa. E’ una banale questione di accenti. Ecco dove Salvatores vuole arrivare col suo ultimo lavoro: a porre l’accento giusto sulle cose veramente importanti. Siamo ad Ibiza, vista qui (e poi come in realtà è) un po’ come un’isola/città, divenuta dagli anni ’60 ad oggi un vero e proprio laboratorio sociologico e musicale; l’Amnèsia è una grande e famosissima discoteca intorno alla quale gira tutta la vita isolana ed intorno alla quale si attorcigliano le vicende dei personaggi narrate in questo film. Un incontro di generazioni, nazionalità, ideologie e di culture diverse. Salvatores dice di aver preso lo spunto per questa pellicola da alcune avventure vissute da lui in prima persona, insieme ad un suo carissimo amico, durante il suo ultimo viaggio ad Ibiza (per sua stessa definizione “un luogo in cui tutto è possibile e in cui tutto può accadere“), un’isola internazionale dove si parla un mix tra spagnolo, francese, inglese e tedesco, una sorta di “modellino in miniatura” della società odierna, di piccolo mondo osservabile (proprio perché di dimensioni ridotte) in maniera più approfondita e ravvicinata. La scelta di Salvatores di ambientare le riprese ad Ibiza non è quindi stata del tutto casuale. Ecco perché il titolo è Amnèsia. L’accento cade sulla “e”, proprio a voler richiamare l’attenzione dello spettatore, quasi a volergli suggerire come i personaggi del film si siano “dimenticati” delle persone che gli stanno vicino ed in parte anche di loro stessi trascinati nella mischia da tutto ciò che fa loro da contorno. “Dimenticati” delle cose veramente importanti: il rapporto genitori/figli, quello uomo/donna e l’amicizia. Cose ormai “sfuggite” in un mondo, quello di Ibiza, in cui tutto è apparenza, divertimento e fanatismo, in cui tutto è lecito perché tanto lo fanno tutti. “Nel film nessuno dice la verità, ma più semplicemente, non parla con gli altri“, dice Salvatores, “tutti qui sono un pò disillusi, sognatori ed in cerca una propria dimensione“....io a questa gli darei l'OSCAR!!! (n.d.r.)
La colonna sonora di apertura e di chiusura (rigorosamente proveniente da un vinile) è “Proud Mary“, dei Creedence Clearwater Revival, un vero inno agli anni ’70 che ad un certo punto, a causa dell’uscita fuori solco della puntina del giradischi, si interrompe bruscamente quasi a volerci dire che quegli anni sono ormai troppo lontani e che è ora di catapultarci nel nostro presente. Così si comincia, tutto parte dal funerale di un hippy un po’ stagionato, morto nel momento di massima felicità (mentre cavalcava la sua splendida moto) e si conclude con una nascita. A questo funerale si ritrovano a partecipare quasi tutti i protagonisti del film e da qui parte l’intreccio delle loro storie, un intreccio lungo tre giorni, i tre giorni che sconvolgeranno completamente la loro vita e che il regista ci farà rivivere per ben due volte. Come in un nastro infatti, dopo questi tre giorni (che si concludono idealmente con un incidente stradale in cui solo alla fine si capirà chi vi rimane coinvolto), tutto si riavvolge fino al punto di partenza, viene rielaborato e rivisto da altre angolazioni, vengono chiariti alcuni particolari sfuggiti alla prima “passata”, viene posto l’accento su diverse problematiche, diversi punti di vista e diversi personaggi. Il film quindi risulta idealmente diviso a metà, la prima parte più caratteristica del genere di Salvatores, fatta di scenari favolosi e allo stesso tempo rilassanti in cui viene mostrata la parte più incontaminata e meno caotica di Ibiza a cui si mescola una visione della storia più leggera e meno impegnata; la seconda parte invece ha una tendenza più drammatica, affronta le cose in modo più serio, mostrando allo spettatore la parte più squallida e movimentata dell’isola.
Nel film tutto ruota attorno al ritrovamento (casuale e fortunoso) di una valigietta piena di cocaina; a trovarla è Angelino (Sergio Rubini) che per vivere si diletta da tempo nella gestione di un bar sulla spiaggia (usato anche per spacciare piccole dosi di marjuana). Il suo sogno è di svoltare, diventare ricco per potersi finalmente permettere una casa più grande e regalare finalmente alla sua compagna la vita da sogno che da sempre le aveva promesso. Quale occasione più ghiotta di questa per riuscirci? La seconda storia è quella che ha come protagonisti Sandro (Diego Abatantuono) amico fraterno di Angelino, e Luce (Martina Stella). Delle tre è quella più commedia, leggera e divertente ed allo stesso tempo più significativa. Padre cinquantenne (ricco sfondato e proprietario di una supergalattica villa da sogno) e figlia diciassettenne che, da perfetti sconosciuti, si rincontrano dopo diversi anni; lui con una brillante carriera di regista di film porno (naturalmente ad insaputa della figlia a cui dice da anni di essere un imprenditore nel campo tessile), lei ragazzina troppo sola posteggiata da troppo tempo in un collegio di lusso. La storia di un genitore negligente e di una figlia dimenticata ed altrettanto negligente che un giorno decide (apparentemente senza motivo) di andare a conoscere il suo “vero” padre e non quel padre di facciata che tutti avevano voluto imporle per anni. La terza storia è quella di Xavier (Juanjo Puigcorbè, attore comico famosissimo in Spagna e per l’occasione opportunamente doppiato da Giancarlo Giannini), capo della polizia di Ibiza (anch’egli interessato alla valigietta per ovvi motivi), e di suo figlio ventenne Jorge (Ruben Ochandiano) che ama riempire le sue giornate di alcool, donne e droga. Classico esempio di un figlio che è l’esatto opposto di suo padre. La loro visione diametralmente opposta della vita li porta inevitabilmente ad un incessante e feroce scontro verbale che spesso degenera, sfiorando e talvolta oltrepassando i limiti della decenza. Da una parte ordine, onore e responsabilità e dall’altra disobbedienza, sregolatezza e cinismo. Insomma una sorta di circolo vizioso in cui le azioni degli uni finiranno per influenzare il destino degli altri semplicemente perché a volte ciò che può sembrare una fortuna può alla fine rivelarsi una disgrazia e viceversa.
Il linguaggio visivo usato in questo film è molto frammentato, segue contemporaneamente tutte le singole storie di tutti i personaggi come un puzzle che poi toccherà allo spettatore ricostruire a proprio gusto. Per fare questo il regista ha voluto usare la tecnica di divisione dello schermo in più parti (split screen, altro omaggio agli anni ’60-’70) non solo per descrivere la discoteca nella sua interezza, ma anche nel corso della storia, per evidenziare da una parte la “distanza” dei personaggi e dall’altra la simultaneità delle vicende in cui sono coinvolti, il tutto per dare un senso di relatività alle varie storie. Questa scelta non brilla di certo per originalità, passa un po’ come un’imitazione dei classici di Tarantino, nella fattispecie di “Pulp fiction” e “Jackie Brown” che rimangono comunque insuperabili ed unici per la loro bellezza.
Curioso come di incidenti stradali e di amnesie sia fatto anche Mulholland Drive (ultimo capolavoro del maestro David Lynch). La distanza tra le due pellicole appare più breve se ci si sofferma su alcuni dettagli: si parla di un regista, al fatto che il film che ad un certo punto si interrompe e ricomincia da capo, alle vite dei personaggi che si scoprono alla fine diverse da quelle che erano state fino a quel momento solo un cumulo di menzogne. Una “vicinanza”, quella appena descritta, piuttosto palpabile a mio avviso.
Una nota particolare va alle colonne sonore che Salvatores ha scelto per Amnèsia: il tema centrale è di Daniele Sepe, mentre nella seconda parte del film compaiono le musiche da discoteca selezionate da DJ Oliver della discoteca ibizenca Amnèsia; è una techno molto acida, che il regista ha voluto bilanciare con del rock, quello di gruppi come Clawfinger e Bad Religion, gruppi che propongono un suono molto duro, talvolta fastidioso e con parole forti. C’è a tal proposito un testo in particolare da cui il regista si è fatto catturare: “La nuova generazione pagherà il conto”, mai frase fu più azzeccata per una colonna sonora da sovrapporre ad un film di questo genere.
Un film insomma che si colloca tra l’impegnato e il leggero, tra il drammatico e il comico, tra la realtà e set cinematografico. Racconta in maniera scanzonata le piccole grandi delusioni ed i piccoli grandi mali che affliggono le vecchie, ma soprattutto, le nuove generazioni, dosando ad arte battute di straordinaria comicità (soprattutto con Abatantuono) che valgono da sole il prezzo del biglietto e momenti di gran lunga più impegnati di intensa drammaticità. La scelta di Salvatores di affrontare temi così delicati addolcendoci in alcuni momenti la cruda realtà, usando un approccio del tutto sbarazzino ed ironico, è sicuramente da considerarsi coraggiosa e per questo meritevole di un giudizio più che positivo. Di certo questo film non sarà considerato il suo nuovo capolavoro (essendo ben lontano dai livelli superlativi di “Marrakesh Express” e “Mediterraneo“), non sarà di certo considerata questa la sua trovata più originale, ma il regista vincitore del premio Oscar (come miglior film straniero 1991 con “Mediterraneo”) si merita ugualmente un plauso per aver confezionato le sue sempre interessanti idee in questo delizioso pacchetto usando il suo incantevole stile divenuto pressoché inconfondibile.

 
Stop frame: Quando un’eclissi di sole ci sorprende tutti giungendo a coprire indistintamente le nostre esistenze noi non possiamo far altro che fermarci e guardare il cielo a bocca aperta.

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