Cinemorfina, per drogati di cinema

Big Bad Wolves

Anna Maria Pelella 21 aprile 2016 Recensioni Nessun commento su Big Bad Wolves

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Big Bad Wolves

titolo originale: Büyük Kötü Kurtlar
regia: Aharon Keshales, Navot Papushado
genere: thriller
durata: 110 min.
anno: 2013
nazione: Israele
cast: Lior Ashkenazi, Rotem Keinan, Tzahi Grad, Doval’e Glickman, Menashe Noy, Dvir Benedek , Nati Kluger, Kais Nashif, Ami Weinberg , Guy Adler, Arthur Perry

 

Un poliziotto dai metodi non proprio ortodossi, un padre affranto per la perdita della figlioletta e un presunto assassino di bambine, questi gli ingredienti alla base di Big Bad Wolves che, combinati con l’umorismo nero e con la matrice ebraica insita nella storia stessa, intessono una interessante variazione sul tema del revenge-movie.

Micki è un poliziotto che perde il suo lavoro a causa di un video diffuso in rete in cui lo si vede chiaramente torturare un uomo sospettato di aver ucciso delle ragazze, video che provocherà la scarcerzione di questi e, indirettamente, la morte di un’altra ragazza.

Gidi è un padre che ha perso in un sol colpo la figlia e la moglie, che per quello che è accaduto lo ha lasciato, e decide quindi di farsi giustizia da solo.

Dror è un insegnante sospettato di aver ucciso un certo numero di ragazzine.

I tre si troveranno nella cantina di una casa che Gidi ha comprato per lo scopo e la situazione presto diventerà insostenibile.

In una casa sperduta tra i boschi si ritrovano tre lupi e una presunta vittima, che tutti accusano di essere il lupo più grosso del gruppo, e qui si consuma la tragedia della vendetta che da secoli è alla base delle peggiori derive umane. Intorno solo insediamenti arabi, si presume palestinesi, che per chilometri circondano la casa teatro dei fatti.

Da subito ci si accorge che la storia non sarà piacevole, e che la sola possibilità per lo spettatore di reggere al peso delle torture inflitte o paventate è quella di invocare un’interruzione, la quale puntualmente si presenterà sotto forma di telefonini, padri invadenti e madri preoccupate.

Le mamme ebree, si sa, sono molto protettive coi loro figli, e un padre non può certo sottrarsi nel vedere un figlio in difficoltà. Inoltre tutti i cittadini israeliani hanno un’addestramento militare che gli può tornare utile nella vita, anche se non sempre in caso di scontri con i nemici secolari, reali o immaginari che siano.

Comincia così questo interessante spaccato di una storia in sé banale, una come tante, l’unico tratto veramente distintivo in un racconto basilare di vendette a base di martellate è in primo luogo  l’umorismo e, subito dopo, la locazione geografica. Non pare certo strano che un padre pretenda giustizia per la morte della figlioletta, ma è sicuro che in un paese dove le persone sono abituate all’esercizio della violenza, un paese i cui abitanti convivono con il terrorismo da sempre e per questo sono allenati a difendersi con ogni mezzo, la faccenda si trasformi presto in una grossa pericolosa escalation.

Gidi vede sfumare la possibilità di ritrovare la figlioletta nel momento in cui, a causa del video diffuso in rete, il sospetto viene rilasciato. Subito dopo la ragazzina viene ritrovata e lui non ha altra scelta che mettersi sulle tracce dell’uomo. Micki invece perde il lavoro a causa dei fatti e decide di ottenere una confessione che gli faccia riavere il suo grado. Dror insiste nella sua versione: è innocente e il tarlo del dubbio sfiora solo e soltanto lo spettatore, nessuno degli uomini che lo accusano ha un momento di cedimento, forse solo Micki, ma non è abbastanza perché si riesca a capire quel che accade e a evitare il peggio.

L’ottima prova di tutto il cast regala una buona distrazione dai soliti botti e dalle pirotecniche rappresentazioni d’oltreoceano. Con una sceneggiatura solida, alleggerita solo dai brevi passaggi ironici che servono al fine di caratterizzare al meglio i personaggi, Keshales e Papushado riescono nella non facile impresa di tenere desto nello spettatore il sospetto che sotto sotto si stia commettendo un errore, pur non dando mai una risposta in nessuna direzione. Infatti sarà solo nell’ultimissimo fotogramma che finalmente capiremo, e c’è da scommettere che saranno in pochi quelli che avranno intuito da subito quel che realmente è accaduto.

Anna Maria Pelella

 

 

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