Cinemorfina, per drogati di cinema

Blade Runner


 
BLADE RUNNER

di Leonardo Biagiola

Regia: Ridley Scott
Produzione, anno: USA, 1982
Genere: Fantascienza
Durata: 117′
Cast: Harrison Ford, Rutger Hauer, Sean Young, Daryl Hannah
Voto:

Terra, anno 2019.
Fiamme, fumo, ombre. Un conflitto mondiale ha provocato immani disastri, intere specie animali sono andate perdute, l’uomo è fuggito nelle colonie extramondo. Una coltre di polvere oscura il cielo. Nebbia, pioggia e ancora buio. Raggi di luce.
Los Angeles, anno 2019.
L’ingegneria genetica, meraviglia della Tyrell Corporation, è progredita al punto da creare i replicanti, simulacri perfetti dell’uomo, più intelligenti e più abili, ma meno longevi. Sono poco più che schiavi, impiegati in lavori di colonizzazione che l’uomo non potrebbe mai sopportare. Non hanno passato né futuro. I loro ricordi sono un mero innesto, memoria di persone che non conoscono. Per motivi biologici hanno solo pochi anni di vita. Sono artificiali, e alcuni non sanno nemmeno di esserlo.
Un gruppo di replicanti si impossessa di uno shuttle, fugge da una colonia e torna sulla Terra. Vogliono solo capire, vogliono più vita. L’ex-poliziotto Rick Deckard (Harrison Ford) si mette sulle loro tracce: una pista difficile da seguire, quasi priva di indizi, pericolosa anche per un veterano come Deckard. In totale ci sono quattro replicanti da eliminare, modello NEXUS 6, capitanati dal leader Roy Batty (Rutger Hauer). Questa non era chiamata esecuzione, era chiamato ritiro.
E’ l’inizio di Blade Runner, film culto e capolavoro del cinema di fantascienza, diretto da Ridley Scott (Alien, Il gladiatore) nel lontano 1982. La storia è ispirata al romanzo Do Androids Dream of Electric Sheep? (Ma gli androidi sognano pecore elettriche?) di Philip K. Dick, 1968. Alla realizzazione del film ha collaborato lo stesso Dick come soggettista, non potendo però visionare il risultato finale a causa della morte prematura avvenuta poco prima l’uscita della pellicola.
Ridley Scott si impegna a fondo e riesce completamente nell’intento di creare un futuro post-atomico, degenerato, in perfetto stile cyberpunk. La regia segue ritmi lenti, con ampie vedute e qualche stacco improvviso. Scott non ha fretta e lascia allo spettatore il tempo di apprezzare la splendida scenografia del film, opulenta e finemente dettagliata. L’atmosfera che impregna la pellicola è opprimente, angosciante, dai toni estremamente noir. Un’eccezionale fotografia rende macabra la città di Los Angeles, dando un’idea di sporcizia, di depravazione, di un futuro corrotto dall’istinto di sopravvivenza. I personaggi sono reali, enigmatici, dotati di spessore e pertanto credibili. Colpiscono le espressioni dubbiose, gli sguardi profondi e le parole evocate da lunghi silenzi. E colpisce sopratutto la sensazione di disagio in cui tutti paiono trovarsi.
Blade Runner affronta tematiche innovative per il suo tempo, come ogni precursore che si rispetti. Oggi, a venti anni di distanza, viene valorizzato dalle questioni morali implicate dal fenomeno della clonazione, almeno in parte riconducibile ai temi trattati nel film. Lo slogan della Tyrell Corporation, “più umano dell’umano”, diviene l’egida con la quale la scienza si giustifica, dando una parvenza di lealtà ai propri fini. La Tyrell rappresenta l’ambizione dell’uomo intellettuale, ostacolato solo e sempre da limiti tecnici e mai coscienziosi, un uomo che interpreta la vita alla stregua di un esperimento da laboratorio. E l’esperimento non fallisce. A fallire è la sua integrità morale, è l’utopia di un futuro retto da ideali positivi. Rick Deckard, ex-killer, non esita e compie il suo lavoro, ma è assalito dai dubbi di star uccidendo senza giusta causa, di star uccidendo qualcuno “più umano dell’umano” che, in quanto tale, reclama il diritto alla vita.
Blade Runner appartiene a quel filone della fantascienza “seria”, forte di contenuti ideologici e filosofici. E’ un film amaro, alla prima visione se ne esce intrisi di sensazioni torbide ed indefinite, e con qualche domanda in più. E’ l’arte a distinguere Blade Runner dal marasma di film che ne hanno tratto ispirazione. Semplicemente l’arte di saper creare.

 
Stop frame: Impossibile dimenticare la sequenza finale tra Rick Deckard ed il replicante Roy Batty.

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