Cinemorfina, per drogati di cinema

CATERINA VA IN CITTà di Massimo Pierozzi


 
CATERINA VA IN CITTà

di Massimo Pierozzi

Regia: Paolo Virzì
Produzione, anno: Italia, 2003
Genere: Commedia
Durata: 90′
Cast: Alice Teghil (Caterina), Sergio Castellitto (Giancarlo Iacovoni), Margherita Buy (Agata), Claudio Amendola (Manlio Germano), Maurizio Costanzo (se stesso), Michele Placido (se stesso), Giovanna Melandri (se stessa)
Voto: Apri la legenda

Un anno della vita di Caterina, tredicenne che lascia il paese (Montalto di Castro) per trasferirsi a Roma assieme ai genitori. Attraverso il difficile ambientamento, l’amicizia con due compagne di classe (una di destra, l’altra di sinistra, per la par condicio), i problemi dei genitori, si troverà di un anno più grande, pronta ad affrontare la vita con più maturità, e al centro del coro di S. Cecilia.

Caterina va in città è un film del tutto ascrivibile, possiamo dire, alla cosiddetta “commedia all’italiana”, che trova in Paolo Virzì uno dei suoi più strenui riesumatori. Della commedia all’italiana infatti il film ha i pregi (la capacità di parlare della nostra società attraverso la storia di pochi personaggi; una buona dose di coraggio unita a notevoli ambizioni; un’amarezza di fondo mai sconfinante in un sordo nichilismo). E i difetti (ricorso a luoghi comuni; tendenza a facili schematismi; eccesso di cinismo). Cominciamo dai difetti.

Il film si dipana tra opposizioni di ogni tipo: città/paese, destra/sinistra, ingenuità/malizia ecc. Opposizioni che si rivelano tutte inconciliabili in virtù di uno schematismo esagerato e programmatico.

La città è la panacea di tutti i mali. è la sede del potere politico e mediatico, la sede del compromesso (come quello tra un improbabile intellettuale di sinistra, Flavio Bucci, e un altrattanto improbabile onorevole di destra, Manlio Germano, interpretato da Claudio Amendola). è la città il luogo in cui si consuma la la tragedia silenziosa di Giancarlo Iacovoni (Sergio Castellitto). Il paese, al contrario, è il luogo dei buoni sentimenti, dove a Natale si gioca una tombola un po’ pacchiana ma schietta, e d’estate si fa il gioco dei mimi tutti assieme.

Ma l’opposizione più schematica (e anche più furba: al cinema ci vanno persone di destra e persone di sinistra) è quella tra una destra fascistoide, berlusconiana, viziata e scandalosamente ricca e una sinistra satura di libri, manifestazioni (c’è pure Benigni), feste in cui si poga, vodka e genitori troppo presi dalle veglie al Senato per occuparsi dei figli. Insomma, i luoghi comuni su “destra vs. sinistra” ci sono tutti, compreso lo scontro verbale in classe sugli immigrati.

Se il contesto in cui si muovono i personaggi è alquanto sfocato, lo stesso può dirsi per i personaggi stessi. Caterina (Alice Teghil), così ingenua da non riconoscere una prostituta, passa dall’amicizia con la “zecca” Margherita (Caterina Iaquaniello) a quella con la “pariola” Daniela (Federica Sbrenna) fino alla fuga finale, senza che tutto questo cambi qualcosa in lei. Tutto le scivola addosso, compresa la scomparsa del padre. Non sa nemmeno guardarsi allo specchio. è una bambola in mano ad altre bambole (durissimo il ritratto che Virzì fa dei nostri quattordicenni: ma sono davvero così?). Solo grazie al vicino-voyeur, di cui Caterina s’invaghisce anche se (ovviamente) lui partirà, qualcosa potrà cambiare in lei (a proposito, non vi pare che questo personaggio ricalchi troppo il Raoul Bova de La finestra di fronte?).

Più complessa la figura di Giancarlo, vero anti-eroe, frustrato e simpaticamente invadente (si veda il gustoso incontro con la madre di Margherita e con Michele Placido, himself). è, molto programmaticamente, un insegnante, ha un libro nel cassetto che sogna di pubblicare, rimpiange i viaggi mai fatti e vorrebbe essre come le persone di cui critica i privilegi. Fino a perdere la ragione nel vedersi sempre uguale: umile, senza una bella casa, senza una faccia famosa, senza amicizie importanti. E quando sembra riacquistare il senso della vita e un nuovo equilibrio con la moglie Agata (a volte basta un giro in moto), con un cinismo al limite del sadismo Virzì lo sbatte fuori dal film tramite una trovata prevedibile e banale ma al tempo stesso efficace, che non sveliamo…

Caterina va in città non è un bel film: c’è troppa carne al fuoco, e la sceneggiatura esagera nel voler dare un senso ad ogni singolo particolare (come quello della moto, capirete perché). E così tutto ritorna perfettamente, forse troppo. Virzì ha però il merito di raccontare una realtà più grande di quella compresa tra quattro mura, come spesso amano fare i cineasti di casa nostra. I risultati non ci sono tutti, ma diamo atto al tentativo.

24-10-2003

 

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