Cinemorfina, per drogati di cinema

Dream Home

Anna Maria Pelella 26 aprile 2016 Recensioni Nessun commento su Dream Home

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Dream Home

Titolo originale: Wai dor lei ah yut ho

Regia: Pang Ho-Cheung

Anno: 2010

Genere: horror

Durata: 96 min.

Nazione: Hong Kong

Cast: Josie Ho, Anthony Wong Chau-Sang, Eason Chan, Norman Chu, Kwok Cheung Tsang, Hee Ching Paw, Lawrence Chou, Michelle Ye, Ching Wong, Lap-Man Sin, Ying Kwan Lok, Juno Mak, Chu-chu Zhou, Hoi-Pang Lo, Wai Hung Chan

 

Cheng Lai-sheung, una giovane donna impiegata in una banca, una sera entra in un palazzo di un prestigioso condominio di Hong Kong e ammazza senza pietà un certo numero di inquilini.

Scopriremo, a mano a mano, che la signorina Cheung sogna da anni un appartamento in quel palazzo, e che per diversi motivi finora le è stato impossibile realizzare il suo obiettivo, nonostante  abbia fatto tutto il possibile per mettere insieme il denaro.

La prima cosa che sovviene alla mente di chi guarda, subito dopo l’inizio del film, è che Pang abbia una particolare avversione per la cementificazione e la conseguente disumanizzazione di Hong Kong, e forse anche del resto del pianeta.

Già in Love in a puff, sia pure coi modi intriganti della commedia, che però non disdegnava il tocco strisciante dell’ironia del regista, Pang metteva direttamente il dito nella piaga del proibizionismo imperante nella città di Hong Kong, dove i fumatori sono ridotti a poco più che carbonari della sigaretta, costretti agli angoli delle strade, con le mani gelate dal freddo a socializzare tra loro, nei rari momenti dedicati al vizio più diffuso del pianeta.

Ma se nel precedente film del regista il tono poteva essere considerato conciliante e un tantino rassicurante, in Dream Home il tutto è virato decisamente verso la cattiveria.

L’esplosione di follia urbana, che salta fuori subito dopo i titoli di testa del film, è il centro del problema della disumanizzazione di cui si diceva poc’anzi. Pang ci regala una generosa sbirciata nella vita e nelle ossessioni di una persona comune. E se è pur vero che di tanto in tanto a tutti è capitato di dover fare i conti coi propri desideri e con la difficoltà a realizzarli, è comunque piuttosto raro che l’impossibilità di comprare la casa dei propri sogni con vista sul mare, possa indurre qualcuno a uccidere senza pietà i non più tanto fortunati inquilini del palazzo in questione. Che sia un nuovo modo, creativo e un tantino estremo per risolvere gli effetti della crisi economica?

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Miss Cheung si barcamena come può tra i suoi magri risparmi, la vita difficile che le tocca condurre, il papà ammalato, l’amante egoista e anche un bel po’ taccagno, e il sogno di una casa con vista sul mare. L’unica cosa in grado di riscattare un’esistenza alienante e alleviare un tantino l’aridità dei suoi rapporti umani. Come tutto questo possa esser possibile, ci viene in parte spiegato tramite i flashback dei giorni che precedono la drastica decisione di contribuire all’abbassamento dei costi al metro quadro degli appartamenti del condominio oggetto delle mire ossessive della signorina Cheung. Indubbiamente la vita non è stata generosa con lei e la donna a un certo punto, semplicemente cede. Il cervello si annebbia e lei prende la sua decisione. I modi creativi e a volte decisamente sarcastici che usa per raggiungere il suo obiettivo sono il cuore della rappresentazione. Pang non lesina certo in crudeltà, ma quello che occhieggia complice dietro tanto dispendio di emoglobina è la perfida ironia della situazione, sposata con maestria al sarcasmo del regista. Da una parte abbiamo casalinghe macellate con gli elettrodomestici e mariti infedeli ammazzati a colpi di ferro da stiro, mentre prostitute e tossici finiranno trafitti da banali coltelli o addirittura da parti del letto. Inoltre, mentre le budella del tossico di turno si spargono sul pavimento, assistiamo anche a una celebrazione della dipendenza da fumo: il tipo in questione tira l’ultimo respiro con una canna in mano e, incurante dello sgocciolio del suo stesso sangue, si lamenta della fine del suo spinello. Una vita sprecata, insomma. Mentre la vita di miss Cheung, che generosamente ci viene raccontata sin dall’infanzia, trova un unico obiettivo intorno il quale edificare la propria riuscita sociale: la casa promessa a sua madre morta ormai da tempo, e che sembra sempre essere un tantino più in là delle sue possibilità.

Il racconto procede obliquamente tra il momento attuale, in cui la protagonista sfodera la sua atavica rabbia e ammazza per il solo gusto di farla pagare a chi ha quello che lei vorrebbe, e il passato che l’ha resa il manichino arrabbiato che ci troviamo davanti.

La fotografia perfetta e la regia impeccabile sottolineano con maestria la fredda evoluzione di miss Cheung e, intanto, insinuano anche che per la città di Hong Kong non c’è ormai più molto da fare. Essa è condannata, esattamente come i suoi stessi abitanti.

Padri, madri, amanti, agenti di vendita e datori di lavoro non sono che spettatori inconsapevoli del risultato da loro stessi prodotto con il loro comportamento nei confronti di chi, alla fine, voleva solo un suo spazio. Cheng Lai-sheung, una potentissima Josie Ho, costruisce la propria identità di killer sulle ceneri della vittima che per anni è stata costretta a essere. E se alla fine ci vanno di mezzo un certo numero di persone, ipocritamente ancorate alle proprie sicurezze e a tutti i beni materiali di questo mondo, poco male. Vorrà dire che miss Cheung ha fatto spazio col suo rancore alla futura genia di possessori dei condomini più in vista di Hong Kong: quelli che letteralmente ammazzano per  arrivare a quello che vogliono. Alla fine non siamo neanche tanto lontano dalla realtà, a pensarci bene.

 

Anna Maria Pelella

 

 

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