Cinemorfina, per drogati di cinema

ERA MIO PADRE di Gianni E. Palmieri


 
ERA MIO PADRE
(ROAD TO PERDITION)

di Gianni Esposito Palmieri

Regia: Sam Mendes
Produzione, anno: USA, 2002
Genere: Drammatico
Durata: 110′
Cast: Tom Hanks (Michael Sullivan), Paul Newman (John Rooney), Jude Law (Maguire, ‘the Reporter’), Tyler Hoechlin (Michael Sullivan Jr.), Daniel Craig (Connor Rooney)
Voto: Apri la legendaApri la legendaApri la legenda

Ero ansioso e curioso di vedere il nuovo film di Sam Mendes. Dopo quell’American Beauty che ci aveva sorpreso tutti, film che ha preso pure un Oscar e che ha dimostrato che il cinema europeo quando si mette a fare dei film americani, riesce sempre ad aggiungere un qualcosa di più che ai signori del mondo del cinema manca, nel senso che per fare dei piccoli capolavori non basta solamente un perfezionismo tecnico e una produzione seriale ben organizzata, ma è la cultura, nel senso della radice profonda (e quella europea) ne è sempre stata pregnata, a aggiungere quel tocco in più che ne da un valore.
“Era mio padre” è una storia di gangster, che potrebbe inserirsi nella tradizione dei film di genere di cui taluni registi del passato sono stati i maestri, ma nel caso del film di Mendes, l’ambientazione, la struttura narrativa sono solamente un pretesto per andare ad agire sulla psicologia dei personaggi e soprattutto sullo splendido rapporto/relazione tra il padre (un Tom Hanks straordinario) e per la prima volta in un ruolo ambiguo in termini morali e il figlioletto che si ritrova con un contatto con la realtà particolarmente insolito per la sua età.
Tom Hanks soprannominato L’Angelo lavora sotto Michel Sullivan ( un Paul Newman che ci mancava da tanto tempo al cinema e che avevamo voglia di rivedere in un ruolo che ci ricordasse la sua grandezza passata), siamo nella Chicago degli anni 30, quella delle sparatorie per la strada, del proibizionismo e dei bordelli clandestini. L’angelo è stato allevato da Sullivan e lavora da sempre per quest’ultimo. I due figlioletti dell’angelo non sanno che lavora faccia il padre, ma lo immaginano: uccidere gente su commissione. Quando uno dei due bambini vede realmente il padre all’opera, il film prende una svolta radicale, e padre e figlio si trovano costretti a sfidare tutto il sistema mafioso del tempo.

Certo che questo Era mio padre è un film completamente (all’apparenza) diverso da quell’American Beauty che ci aveva sorpreso. L’ultimo film di Mendes (che ricordiamolo è un regista di teatro) è un film con un ambientazione storica precisa, e soprattutto un film costruito su una storia ben definita, con una narrazione fluida e a successione, elementi completamente diversi da American Beauty che invece era un film impostato su circostanze, impregnato di tematiche moderne come l’innamoramento di un uomo adulto nei confronti di una ragazzina. Insomma American Beauty era un film riconoscibile in un’ottica di tematiche tanto care al teatro, e per certi versi si poteva definire un film-spettacolo teatrale, nell’eccezione del teatro contemporaneo. Tutto questo in apparenza (ma solamente in apparenza) in Era mio padre scompare. Qui la storia al principio potrebbe essere quella classica: assassini, questioni di onore e di vendetta. Ma Mendels riesce a mettere in piedi uno splendido film proprio perché una volta costruito il castello egli pezzo dopo pezzo comincia a distruggere il tutto. Alla storia toglie costantemente un tassello per arrivare a lasciare la cosa che più gli preme: il rapporto tra padre e figlio, i silenzi e i segreti tra questi due, che cosa loro pensano uno dell’altro e nella parte finale del film, il fatto che tutti e due finalmente cominciano a capirsi. La cosa che più riuscita nel film e’ la regia, soprattutto il montaggio fatto con una lentezza riflessiva e la colonna sonora che sottolinea questi frammenti di sospensione che tanto ci avevano conquistati in American Beauty. Il film sembra muoversi proprio in questa direzione: la storia prosegue, quasi come un road movies ma a tratti s’interrompe, la musica scompare, il silenzio prende posto dei rumori degli ambienti, e il tempo si ferma, come la scena visionaria dei petali di rosa che piovevano giù dall’alto sul corpo nudo e splendido della ragazzina, qui al posto dei petali ci sono delle immagini leggermente sovresposte, fotogrammi scattati come fotografie di Franco Fontana, spiagge immense bianchissime e deserte, che ricordano i colori delle nature morte di Morandi, dove e’ sempre il bianco a sottolineare dei momenti mentali/esistenziali particolari.

29/12/2002

 
Stop frame:
– SPOILER –
Il ragazzino sta nascosto in un baule sopra i sedili posteriori della vecchia auto, sopra una valigetta con dentro un fucile mitragliatore, il figlio del boss e il padre del ragazzino entrano in un grande palazzo fatiscente, il ragazzino e’ troppo curioso vuole sapere, vuole vedere chi è realmente suo padre, qual’è il suo lavoro. Soggettiva del ragazzino, prima tramite il buco della serratura, poi il ragazzino si china a terra e da uno squarcio della parte vede a frammenti quello che accade dentro, schegge di ombre e il rimbalzo delle parole che si amplificano come rumore frastornante, poi un colpo secco alla nuca del boss, poi il padre (del ragazzino) che con il fucile mitragliatore fa un concerto di pallottole sonanti che scorrono a terra come gocce metalliche. Il ragazzino corre sotto la pioggia in una notte che gli ha cambiato la vita. Scena conclusiva della storia: il padre del ragazzino sta nella casa bianca e spoglia sulla spiaggia, davanti c’e’ il mare e il silenzio del mare. La casa potrebbe appartenere a qualsiasi tempo, è una casa senza tempo. Il padre guarda fuori dalla grande vetrata, il suo piccolo ragazza corre, libero, felice… gioca con un cane, in una casa al mare, c’è sempre un cane. La camera fissa: il padre davanti alla finestra, nel riflesso il mare, il mare che sembra voler entrare nella casa, sempre immagine fissa, e a tratti, l’ombra, in controluce del bambino felice che gioca con il cane appena trovato. Immagine sempre fissa, il padre del ragazzino si scosta e sempre in questo immenso gioco di riflessi, sotto una luce chiarissima appena sovresposta compare il fotografo con il viso scheggiato di cristallo e una macchina fotografica che ferma il tempo nell’istante della morte…

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