Cinemorfina, per drogati di cinema

Il cinema di Ron Howard – Speciale


A BEAUTIFUL “BUSINESS” MIND
Breve analisi del cinema di Ron Howard

di Luca Cerquatelli

Ron Howard, regista di “A beautiful mind” è sicuramente uno dei cineasti più in vista del panorama mondiale. Attore, sceneggiatore, produttore e regista, l’ex Richie Cunningham di Happy Days sembra avere negli ultimi anni ingranato la quinta marcia, realizzando film che riscuotono sempre moltissimo successo di pubblico. Tuttavia l’intera produzione di Howard sembra essere caratterizzata da un inconfondibile tratto a-stilistico, dove tutto è raccontato in modo lucido e tradizionale, senza mai affrontare percorsi azzardati e “nuovi” sia dal punto di vista narrativo che fotografico: uno stile che in parole povere può essere tradotto con “commerciale”.
Dando una veloce scorsa alla sua filmografia possiamo notare che ai suoi esordi da regista dimostrava di avere una certa dose di coraggio e creatività, come ne da prova il bellissimo “Cocoon, l’energia dell’universo” datato 1985, uno dei pochi film a trattare il tema degli alieni buoni, o il simpatico “Willow” del 1988. Col passare del tempo (e dei film) Howard sembra però imboccare un percorso cinematografico incentrato su grosse produzione hollywoodiane (Fuoco assassino, Apollo 13, Il Grinch) dal quale sembra estirpare accuratamente ogni impronta “d’autore”. Innegabile pregio del regista è sicuramente quello di saper amalgamare azione e dramma romantico, basti pensare a “Cuori ribelli” (1992) e allo stesso “A beautiful mind”, ma anche di circondarsi dei migliori direttori della fotografia in circolazione. Se a queste caratteristiche uniamo i mezzi economici per accaparrarsi sempre gli attori più “in” del momento (hanno lavorato per lui Tom Cruise, Nicole Kidman, Kurt Russel, Tom Hanks, Mel Gibson, Michael Keaton…) ecco che abbiamo gli ingredienti principali del cinema di Ron Howard.
“A beautiful mind” sembra essere un film esemplificativo dei pregi e dei difetti di Howard, dove il regista riesce con maestria a spostare la vera storia in secondo piano, usandola solo come specchietto per le allodole, e incentrando invece il discorso sulla componente thriller, sui colpi di scena, sull’azione e su una facile morale dove alla fine è sempre l’amore che trionfa su tutto. E’ palese, infatti, la netta superiorità della prima parte del film, dove si nota un certo sforzo stilistico e narrativo (pensiamo al Nash che cerca ossessivamente di creare ordine nel “caos” servendosi della sua matematica) che scompare del tutto nel secondo tempo, lasciando la scena ad una rappresentazione molto hollywoodiana di una grave patologia quale la schizofrenia paranoide.
Molte sono state le critiche mosse ad Howard e allo sceneggiatore Akiva Goldsman per essersi scordati di raccontarci nel film “particolari” come l’omosessualità del grande matematico, ben descritta nella biografia di Sylvia Nasar “Il genio dei numeri – Storia di John Nash, matematico e folle” dal quale il film è tratto, che nel 1954 fu persino arrestato per aver tentato di rimorchiare un uomo in un bagno pubblico! Ma allora che storia vera è???
Gli autori del film non commentano, ma è facile immaginare come simili scelte di adattamento della sceneggiatura siano state dettate da una precisa linea commerciale che non poteva mostrarci Russel Crowe mentre cerca di rimorchiare un uomo. E’ questa dunque la sincerità di Howard e della tanto applaudita Dreamworks del “grande narratore” Spielberg che ha prodotto il film?
Vorrei spendere anche qualche parola per gli attori di questo film, che hanno molto colpito per le loro interpretazioni di ruoli obbiettivamente difficili, ma dei quali a mio parere si è troppo parlato. Chi ha visto nel 1999 “Insider – Dietro la verità” non può sorprendersi dell’interpretazione odierna di Crowe, che aveva già dimostrato notevoli doti di intensità e versatilità. Vorrei inoltre ricordare che nessun ruolo è più ruffiano di quello del genio-malato o della persona con gravi handicap: basti pensare alle più famose interpretazioni di attori quali Robin Williams (in “Risvegli”), Geoffrey Rush (in “Shine”), Dustin Hoffman (in “Rain Man”) e Sean Penn  (nell’attuale “Mi chiamo Sam”)… insomma, le “caratterizzazioni” fanno sempre più effetto. La sorpresa più gradita è stata invece quella di ritrovare sul grande schermo l’incantevole Jennifer Connely, ex-ragazzina prodigio (aveva esordito a 14 anni nientedimeno che in “Cera una volta in America” di Sergio Leone, 1984) assente dalle scene da un paio d’anni e sempre relegata in ruoli minori, riceve qui un giusto riconoscimento delle sue doti di intensità e profonda bellezza.
Concludo in modo un po’ controverso questo speciale sul cinema di Ron Howard con una considerazione: se è vero che nel grande spettacolo del cinema il fine ultimo di ogni produzione è quello di fare soldi, con i suoi 5.600 dollari di incasso medio per sala e una vagonata di premi tra i quali l’oscar come Miglior Film e Miglior Regia, è sicuramente “A beautiful mind” a vincere sulle critiche, e Ron Howard a prendersi gran parte del merito.

La filmografia di Ron Howard (regista):
(2001) A beautiful mind
(2000) Il Grinch
(1999) Edtv
(1996) Ransom – il riscatto
(1995) Apollo 13
(1994) Cronisti d’assalto
(1992) Cuori ribelli
(1991) Fuoco assassino
(1989) Parenti, amici e tanti guai
(1988) Willow
(1987) Take Five (Film tv)
(1986) Gung Ho
(1985) No Greater Gift (Film tv)
(1985) Cocoon, l’energia dell’universo
(1984) Splash, una sirena a Manhattan
(1982) Night Shift
(1981) Through the Magic Pyramid (Film tv)
(1980) Skyward (Film tv)
(1978) Cotton Candy (Film tv)
(1977) Attenti a quella pazza Rolls Royce
(1969)
Deed of Derring-Do

Leggi anche lo speciale: OSCAR 2002: PICCOLA POLEMICA PERSONALE

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