Cinemorfina, per drogati di cinema

IL SIGNORE DEGLI ANELLI: IL RITORNO DEL RE –


 
IL SIGNORE DEGLI ANELLI: IL RITORNO DEL RE
(The Lord of the Rings: The Return of the King)

di Giacomo Calzoni

Regia: Peter Jackson
Produzione, anno: USA/Nuova Zelanda, 2003
Genere: Fantasy
Durata: 201′
Cast: Elijah Wood, Viggo Mortensen, Liv Tyler, Miranda Otto, Orlando Bloom, Sean Astin, Andy Serkis
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E’ bene mettere in chiaro sin da ora alcune cose: chi scrive non è affatto un Tolkieniano (rispettabilissima categoria alla quale, però, ultimamente si sono detti appartenere cani e porci), non ha mai atteso l’uscita dei tre capitoli della trilogia come il carcerato invoca l’ora d’aria e spesso e volentieri tende a confondere i numerosissimi nomi di personaggi e luoghi. Nonostante tutta l’ammirazione possibile del sottoscritto nei confronti dell’epopea fantasy di Peter Jackson, la sensazione è che mai come per questi film il termine capolavoro sia stato più abusato: il tempo ci dirà se la titanica impresa del regista neozelandese verrà ricordata come l’ Intolerance dei nostri tempi, il Quarto Potere del cinema fantastico – come già da adesso i fans più oltranzisti dichiarano – ma per il momento lo scetticismo rimane. In definitiva, ciò che proprio mi è impossibile condividere è quell’atteggiamento di mitizzazione (mi sembra l’appellativo più appropriato) che si è venuto a creare nei confronti della trasposizione cinematografica di uno dei libri più letti nel mondo. Critico il fenomeno, quindi, non di certo l’opera filmica di Jackson di per sé, che trovo pienamente riuscita.

 Dopo questa debita premessa, passiamo al film: Il Ritorno del Re fa dimenticare la piattezza e la mancanza di coinvolgimento del capitolo precedente, , e fa il paio con La Compagnia dell’Anello nel creare un divertimento genuino, un intrattenimento quasi d’altri tempi, epico e romantico. Ecco, in questo il film è l’esatto contrario di Matrix Revolutions, che invece è solamente cinema (cinema?) playstation, un prodotto calcolato a tavolino: divertente finchè dura, ma che alla fine lascia dentro solo la desolante sensazione di vuoto. Peter Jackson grazie a Dio utilizza la macchina da presa non come una calcolatrice, ma come un veicolo per le emozioni; pone l’accento sui personaggi e sulle loro lacerazioni interiori, non lasciandosi mai prendere la mano dalla computer grafica: tutti gli effetti speciali (e sono tanti) sono assolutamente funzionali alla storia, il tramite tra l’infinita fantasia di Tolkien e il talento visivo del regista. A dire il vero anche in questo ultimo capitolo i difetti e le cadute di tono non mancano (un epilogo eccessivamente prolisso e zuccheroso, una scena di battaglia intramezzata da una canzoncina che fa un po’ rivoltare lo stomaco, un’orda di soldati fantasma che non funziona quanto nella pagina scritta…), ma dopotutto chissenefrega: quanti sono oggigiorno quei film che superano le tre ore di durata senza mai annoiare? Se ne Le Due Torri il ritmo era quasi soporifero e la triplice narrazione in parallelo in qualche modo impediva il coinvolgimento dello spettatore, stavolta questo rischio viene accuratamente evitato (non a caso infatti il regista ha deciso di “rimandare” al terzo film alcuni episodi presenti invece nel secondo libro), ed è sostanzialmente questo che fa de Il Ritorno del Re un grande film: nonostante le numerose implicazioni politiche che nel corso dei decenni sono state attribuite al capolavoro di Tolkien (e tutte queste lasciano veramente il tempo che trovano), tanto il libro quanto il film portano sino alle estreme conseguenze il concetto di lotta tra il Bene e il Male, e lo fanno mescolando alla perfezione tutte quelle componenti (tragedia, eroismo, avventura, ironia) che stanno alla base di questo genere. Tutto qua. Tolkien non è Dante, così come Jackson non è Bresson. La loro è arte popolare, che non ha la pretesa di compiere uno studio approfondito sulla natura dell’uomo, bensì solo quella di intrattenere in maniera estremamente coinvolgente, rifacendosi a una tradizione culturale (mitologia, epica cavalleresca, tragedia classica ecc.) lunga secoli. L’approccio a questa materia da parte del corpulento autore di Creature del cielo non possiede più quella visionarietà genuina e un po’ naìf dei suoi primi lavori (che a dire il vero quasi rimpiangiamo) ma sa comunque costruire sequenze di enorme impatto visivo, con buona pace di chi riteneva Il Signore degli Anelli “il romanzo impossibile da portare sullo schermo per eccellenza”. In poche parole, una trilogia spartiacque, tanto nella carriera del regista (lo attendiamo al varco con il remake di King Kong) quanto nella storia del cinema contemporaneo: tra un paio di decenni sapremo dire con sicurezza se si sia trattato del Guerre Stellari della nuova generazione.

26/01/04

 

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