Cinemorfina, per drogati di cinema

Intervista a Lorenzo De Luca: L’URLO DI CHEN TERRORIZZA ANCORA L’OCCIDENTE – Speciale


INTERVISTA A LORENZO DE LUCA: L’URLO DI CHEN TERRORIZZA ANCORA L’OCCIDENTE

Pubblichiamo di seguito un’intervista rilasciata in esclusiva per noi da Lorenzo De Luca, classe 1966, sceneggiatore di pellicole di successo (citiamo tra le tante “Natale sul Nilo” con la coppia Boldi – De Sica), nonché autore di alcuni libri sul cinema di genere veramente interessanti.
Il Nostro racconta con fare molto schietto e appassionato del suo lavoro e ci rende partecipi di una nuova impresa di prossima uscita legata al suo idolo di sempre: Bruce Lee.

G. M.: “Quando e in che modo hai iniziato a muovere i primi passi come sceneggiatore nel mondo del cinema?”

L. D. L.: “Il cinema è una malattia che si contrae da bambini. Io l’ho contratta coi cosiddetti b-movies che vedevo nelle oggi defunte sale romane di periferia.
Benché avessi 7-8 anni, ricordo l’emozione di film come “Il Furore della
Cina colpisce ancora” (“The Big Boss”) o “Con una mano ti rompo con due piedi ti spezzo” (“One-armed Boxer”). Esperienze che, complice l’ingenuità che si ha da bambini, sono rimaste indelebili. Il migliore dei dvd non potrà mai avere la magia del grande schermo!

Da ragazzino vidi anche “Keoma”, il capolavoro western di Enzo G. Castellari, e mi colpì così tanto che diversi anni dopo, quando mi misi in testa di fare
cinema, scrissi una lettera al regista. Era il 1986… la risposta di
Castellari mi arrivò un anno e mezzo dopo! Nel frattempo avevo intervistato,
sempre sul western, il compianto Duccio Tessari e Damiano Damiani. Intervistai pure Enzo e feci il libro: “C’era una volta il Western Italiano”, piccolino, ma credo il primo in Italia sull’argomento. Mi ha fatto molto piacere che, nel 1998, sia uscito quel grosso libro inglese della Glittering, “Spaghetti-Western”, che lo indicava tra le fonti bibliografiche, con tanto di copertina.
Tornando a noi, Enzo rimase colpito non perché volevo fare cinema (in questo non ero diverso da mille altri) quanto dalla mia conoscenza piuttosto vasta (relativamente ai miei venti anni) dell’argomento. Una conoscenza fai-da-te, perché non avevo potuto permettermi studi regolari (al Centro Sperimentale di Cinematografia di Roma se non avevi calci in culo non entravi, e non potevo bivaccare all’Università poiché dovevo lavorare.) Così Castellari mi prese a benvolere e mi instradò nel cinema.

Nel 1991, mi fece esordire come soggettista nel serial tv “Extralarge”, con
Bud Spencer, poi debuttai al cinema col Western Italiano “Jonathan degli Orsi”,
uscito nel 1995 (chicca nella chicca, ci lavorava il Signor Carmine Orrico, in arte John Saxon, per me presenza cult in quanto aveva interpretato “I 3 dell’Operazione Drago”, accanto al mio idolo Bruce Lee!). Da allora ho lavorato in svariate pellicole, insieme a quei maestri del B-movie, che vedevo da spettatore: Castellari, Ruggero Deodato ed altri, fino allo z-master Bruno Mattei e al comico-pecoreccio di Neri Parenti (in fondo i suoi sono b-movies in confezione miliardaria); con altri (Antonio Margheriti, Sergio Martino, Lucio Fulci etc.), non ho avuto il piacere di lavorare ma quello non indifferente di ascoltare da loro aneddoti e ricordi (del tipo che oggi si usa infilare negli extra dei dvd, vivaddio!).
Si può dire che sia il piacere principale nel fare questo lavoro, spesso economicamente ingrato se, come me, ci si ostina a tentare di fare ancora il film di genere. Forse a breve partirà finalmente ‘sto “Gli Implacabili”, un western che ho scritto dieci anni fa con Enzo, mentre sta uscendo “L’Impero dei Draghi”, un romanzo di Valerio Manfredi, tratto da un mio soggetto che unisce due popolari generi: il Peplum ed il Kung-fu. Se funzionerà diverrà
un film.
Preferisco fare quel che so, bello o brutto che sia, piuttosto che tagliarmi le palle con le “ficscionate” televisive, come alcuni miei colleghi, che reagiscono con battute di scherno se sentono parlare di Castellari o Fulci, del western all’italiana o del “polizziottesco”, ma poi hanno curriculum pieni di penose fiction che fuori dall’Italia nessuno conosce.”

G. M.: “Quanto dura di solito il processo creativo per scrivere una buona sceneggiatura?”

L. D. L.: “Boh! Da qualche settimana a qualche mese. In genere dipende da quanta fretta hanno i committenti e dai soldi in ballo. Tanto nessuno sa dire quando una sceneggiatura è buona: se il film va’ bene, il merito se lo pigliano il
regista (che in fondo è l’autore vero) e gli attori; se va’ male, la colpa la si dà sempre allo sceneggiatore! Ironie a parte, non ci sono regole. Io, non avendo fatto scuole specifiche, ho sempre lavorato sulla quantità più che sulla qualità, per la serie “sbagliando si impara!”. Il copione più rapido che abbia scritto, forse era quello di “Gli Occhi Dentro”, un thrilleraccio-splatter di Bruno Mattei del 1993, uscito in home-video col titolo “Occhi senza Volto/Madness”: una settimana di scrittura, incluso il soggetto! Proprio perché era un film a costo sottozero, non ho avuto interferenze. Pochi soldi ma mi sono divertito. Viceversa, il film forse più lungo a scriversi, per me, è stato il campione di incassi “Natale sul Nilo”, che come gli altri due della serie natalizia cui ho collaborato (“Merry Christmas” e “Natale in India”), ha comportato sei mesi di scrittura (ma va’ detto che eravamo in quattro o cinque a lavorarci, ed il produttore Aurelio De Laurentiis ci convocava spesso per discutere le scene, per cui “troppi galli a canta’ nun se fa’ mai giorno”.) In realtà quello che tu chiami “processo creativo” non finisce mai: ad esempio per il western “Gli Implacabili”, con Castellari ci lavoriamo grosso modo da dieci anni,
ritoccando o aggiornando di volta in volta in base a questo o quel suggerimento che potrebbero facilitarne la realizzazione (l’ultimo ritocco è dell’anno scorso e concerneva due possibili camei di Ethan Hawke e Liam Neeson).

Davvero, non c’è regola, ma io parlo per me ovviamente. Ognuno ha i suoi metodi: c’è chi, giustamente, inizia col soggetto (l’idea in sintesi, che più è buona, meno parole necessita) poi sviluppa il trattamento (la storia più estesamente), poi la scaletta (rapida scansione dei fatti: punto 1, succede questo, punto 2, quest altro… etc.) ed infine la sceneggiatura: dialoghi, azione, personaggi, tutto. Insomma il film su carta (possibilmente
evitando di scrivere movimenti di macchina da presa, che sono compito del regista, non di chi scrive.) Semmai la sola regola è la fretta che in genere i produttori hanno, per cui vogliono il lavoro subito senza sganciare una
lira! All’inizio ci si casca, ma con gli anni si impara a raddoppiare i tempi se il committente insiste troppo con l’urgenza, e addirittura a triplicarli finché non si vede el dinero. C’è un proverbio ‘cinese’:”Se tu pagale come dico io, io lavolale come dici tu; se tu pagale come dici tu, io lavolale come dico io.” Millenaria saggezza del Celeste Impero…”

G. M.: “Da cosa trai ispirazione solitamente per scrivere una sceneggiatura?”

L. D. L.: “Dai soldi!!! Più che di ispirazione si deve parlare di mercato. Di solito il produttore ti dà un’idea e tu la elabori.
E’ raro che sei tu a portare cose nuove, poiché lo sceneggiatore o arriva troppo presto o troppo tardi. 13 anni fa portai una storia a Sergio Martino, un Poliziesco kung-fu sull’invasione della Mafia Cinese a Roma. “Interessante, ma La Mafia Cinese a Roma non è credibile”. Aveva ragione lui: all’epoca di cinesi in giro se ne vedevano, sì, ma non come oggi, che se vai a Piazza Vittorio a Roma sembra di entrare a Piazza Tieanmen!
Inoltre, oggi di produttori non ce ne sono quasi più, c’è gente che fa film coi soldi della tv (il che porta a farsi le seghe con storie di preti, poliziotti, commissari, oppure con biografie di santi) o coi soldi dello Stato, cioè rubando quel che può ed investendo una minima parte in film che non escono o se escono non fanno soldi.
Ecco perché rimpiango i b-movies: belli o brutti, davano chance di divertirsi, provare. Sono cresciuto vedendo quelli e ora mi trovo incastrato in un sistema agonizzante. Oggi se un film italiano non è sdoganato dall’oscar, in America non esce; venti anni fa, leggevi la top-ten USA e ci trovavi “Flashdance” al primo posto e “1990 I Guerrieri del Bronx” di Castellari al 5°.
Ecco cosa abbiamo perso: ci guardiamo l’ombelico ed i mercati stranieri ci reputano Terzo Mondo. E lo siamo!

Tra le pochissime cose da me proposte negli anni, c’era “L’Impero dei Draghi”,
un mix esplosivo tra “Il Gladiatore” e “La Tigre e il Dragone”, sugli Antichi
Romani in Cina, che come soggetto fece impazzire il produttore De Laurentiis 4 anni fa, ma poi si rivelò troppo costoso e si preferì trasformarlo in un libro di successo di un autore mondiale come Manfredi, sperando così di trovare
partner coproduttivi all’estero. Comunque, anche se non sei ispirato, è ovvio che quando scrivi finisci per infilarci dentro cose che hai visto o letto negli anni. Me lo diceva il compianto Duccio Tessari, quando nel 1986 ero un “fanzinaro” che scriveva recensioni e girava film amatoriali: “Nessuno è mai originale, perché prima di te c’è sempre qualcuno più bravo.”
Ti faccio un esempio: quando esordii con il serial “Extralarge”, scrissi un soggetto mica male, “Miami Killer”, che introduceva un elemento scabroso nei film di Bud Spencer: un serial-killer pedofilo!!! Infatti all’inizio mi fu rifiutato dalla tv, perché ricordati che la scatola catodica è un oppio per un pubblico di rincoglioniti che si addormentano col telecomando in mano, mentre il canale resta sintonizzato (è così che il giorno dopo strombazzano i record d’ascolto). Comunque, tornando a noi, quel soggetto si rifaceva a due capolavori che amo molto: “M – Il Mostro di Dusseldorf” di Fritz Lang e “La Scala a Chiocciola”, di Siodmak. Un po’ per scelta (alcuni personaggi avevano persino gli stessi nomi) e molto a livello inconscio. Poi, naturalmente, si infilano varianti, mica devi fare la copia-carbone. “Miami Killer” fu modificato in meglio da Enzo G. Castellari e fu il maggior ascolto. Ma mica ci eravamo inventati nulla, avevamo solo giocato a rimescolare le carte con passione, senza snobismi.
Cita un film di oggi di successo e vedrai che trovi un referente fatto prima, solo che magari il pubblico dei ragazzini che va’ al cinema col cellulare acceso non lo sa. “Il Sesto Senso” aveva quella trovata che più o
meno arriva da un horror del 1968, “Carnival of Souls”, inedito in Italia; “Il Gladiatore” è il remake in digitale de “La Caduta dell’Impero Romano”, un kolossal anni ’60 (nonché una rielaborazione dei Peplum all’italiana, se è vero che Ridley Scott si fece arrivare dall’Italia spezzoni di un vecchio film gladiatorio italico di serie b); “C’era una volta il West” prendeva a man bassa da “Johnn Guitar”; il leggendario “Ben-Hur” del ’59, 11 oscar, era basato sulla sceneggiatura del primo “Ben-Hur” del muto, più che sul romanzo di Wallace; Tarantino copiava dai film di Hong Kong, poi l’hanno scoperto e ha detto che “citava”; il cinema horror-splatter, praticamente basato sulla stessa sceneggiatura variata tremila volte…

E’ il bello di questo lavoro! Lo sceneggiatore è solo una stampella di supporto perché il cinema è sinergia. Quelli che si atteggiano ad “Autori” o sono dei frustrati oppure mentono sapendo di mentolo.
Persino Akira Kurosawa, quando i produttori non lo facevano più lavorare, considerò di scrivere un Kaiju-Eiga, cioè un film di mostri tipo Godzilla.
I grandi sceneggiatori sono tutti abili rimasticatori di quanto già fatto al cinema e lo ammettono, poi ci sono gli schiavi giovani delle ‘fiscion’, che anche quando bravi sono imbastarditi dalla serialità, ed infine i “Pisciaparole” Anziani che campano sulla fama dei film che scrivevano negli anni ’70 spacciandosi inventori assoluti di questo o quel Cult, quando basta scorrere le loro filmografie per vedere che le loro cose migliori sono non a caso legate ai registi migliori. Un bravo regista può riscattare un brutto copione o impreziosirne uno buono, ma un bravo sceneggiatore non ha mai riscattato un brutto film.”

G. M.: “C’è un film tratto da una tua sceneggiatura che più ti ha soddisfatto? E quello che meno ti è piaciuto invece?”

L. D. L.: “Dunque, se intendi il film che più rispetta il copione tra quelli da me scritti o co-scritti, nessuno! No, forse “Jonathan degli Orsi” e “Occhi senza Volto”, ma comunque ogni sceneggiatore sa che il copione viene sempre modificato dal regista, perché ci va’ lui sul set ad affrontare problemi, mica chi scrive col culo al caldo.
Quello che invece mi è più piaciuto, a prescindere dal mio contributo, resta “Miami Killer”, l’episodio del serial ”Extralarge” con cui ho esordito nel 1992. Il film più noioso che ho contribuito a fare resta forse “Conquest”, un ungherese mai uscito in Italia, sull’eroe magiàro Arpàd, anche se laggiù fu un successone! Ma era bruttarello parecchio pure “Natale in India”. Per fortuna che ha fatto lo stesso un sacco di dinero! Ripeto che quando scrivi un film lo fai di solito su commissione e quindi non è che ti metti a fare l’Autore Presuntuoso, cerchi solo di infilare dove puoi qualcosa di tuo e di divertirti un po’, ma non è detto sia poi quello che fa del film un successo. Anzi!”

G. M.:”Ti piacerebbe passare dietro la macchina da presa? Ne hai mai avuto la possibilità?”

L. D. L.: “La possibilità l’ho avuta molti anni fa, nel 1991, ma me ne mancò il coraggio e l’esperienza: non ci si improvvisa registi. Oggi come oggi sì, infatti c’è un mio collega (uno di quegli sceneggiatori di “fiscion” soporifere) che ci proverà, non a caso in tv dove ha “santi in paradiso”. Ma la regia vera, quella al cinema, è altra cosa!
Un mio amico, Fabio Segatori, che da anni studia, fa stage all’estero (anche con Tsui Hark), si porta ancora dietro gli strascichi del suo esordio, “Terra Bruciata”, un low-budget che lui voleva fare underground. Poi ha ceduto alla lusinga di un producer vero e dei soldi veri ed è venuto fuori un film che ha scontentato tutti (per di più con Raul Bova che al botteghino non funziona quasi mai) anche se io seguito a sostenere che Segatori è uno dei pochi giovani che dirige all’americana. No, il regista deve avere palle fiction, talento e fortuna, non bastano raccomandazioni.

Le sole cose che ho “diretto” sono i super8 ed i vhs amatoriali 25-26 anni fa, alcuni dei quali hanno circolato in qualche festival. Ce ne stanno già troppi di miei colleghi che si improvvisano registi, senza che mi ci aggiungo io. Comunque a chi esordisce do un consiglio: un bravo aiuto-regista ed un bravo operatore alla macchina. Se poi riuscite pure ad avere un direttore della fotografia di esperienza, il film si fa da solo.
Orson Welles disse una volta (cito a memoria, parola più parola meno):” tutti i registi sono capaci ad immaginare scene particolari, ma se poi non hai il collaboratore bravo che te le realizza, è inutile.”
Se invece fate una fiction tv quello che trovate va bene, tanto c’è la pubblicità che interrompe, la gente parla al telefono o mangia o va in bagno mentre guarda la tv e di solito si addormenta col telecomando in mano.”

G. M.: “Hai detto di non essere ancora passato dietro la macchina da presa, ma ho letto che nel 1997 hai recitato in un film da te sceneggiato, “Il Tocco: La Sfida” di Enrico Coletti, con protagonista Franco Nero. Vuoi parlarci di questa tua esperienza d’attore?”

L. D. L.: ”E’ una balla! Ho fatto solo il figurante speciale: siccome ho capelli molto lunghi e tratti vagamente pellerossa (si dice che qualcuno della famiglia emigrò in tempi remoti negli States, accoppiandosi con una mezza indiana, il che spiegherebbe dei somatismi ripresentatisi con un salto di generazioni solo con me) mi schiaffarono a fare uno dei giocatori biliardo d’una bisca malfamata in Spagna, nella finzione (era in realtà a Roma, piazza Cavour). Tutto qua. Se si farà “Gli Implacabili”, pure Castellari già ha detto che mi vuole fare apparire tra gli indiani. Ho risposto “augh!”.”

G. M.: “Ti va di parlarci in breve de “Gli Implacabili”? Oltre a questo film, a quale altro progetto stai lavorando ora?”

L. D. L.: “Il western “Gli Implacabili” (The Badlanders) è nato nel 1995 da un’idea di Castellari, che abbiamo sviluppato assieme. Doveva essere una reunion di vecchie glorie italiche (Nero, Gemma, etc.) in omaggio a Leone.
L’omaggio a Leone è rimasto ma non le vecchie glorie, poiché per ragioni di marketing, se si farà, avrà un cast composito ed internazionale. E’ un mix tra “Mucchio Selvaggio” e “Balla coi Lupi”: la storia di tre superstiti del vecchio West, un tempo fuorilegge, costretto da un sordido politicante a dare la caccia ad un misterioso ribelle indiano fuggito da una riserva, anche se poi tra mille avventure scopriranno che le cose non stanno proprio come l’Uomo Bianco vuol sempre far credere…
Nel cast si è parlato di nomi come Keith Carradine, Ethan Hawke, Rourke ed altri, ma sono solo chiacchiere (una volta incontrai Liam Neeson perché anche lui doveva partecipare, ma poi ha chiesto un botto di soldi e arrivederci!).
Ricordo che nel 1995 cercai di coinvolgere anche Jackie Chan e ad Hong Kong erano molto interessati, ma quando hanno letto il copione ed hanno visto che non era lui la Star, bè, tanti saluti. Forse dopo anni di traversie produttive ora il film si farà, ma come si dice a Roma “Staremo a vedremo”. Io per scaramanzia penso sempre al peggio!
Altri progetti, è in post-produzione “Forever Blues”, un film intimista che ho scritto per Franco Nero, sul rapporto tra un trombettista jazz ed un bambino quasi autistico, e poi altre cose, tra cui, se troveranno el dinero, questo ”L’Impero dei Draghi”, del quale sono soggettista con Valerio Manfredi, tratto da un mio vecchio copione che lui ha trasformato in un bellissimo romanzo di successo!”

G. M.: “Tu non hai scritto solo film, ma, come già hai accennato sopra, anche libri sul cinema. Vogliamo parlare anche di questa tua seconda attività?”

L. D. L.: “In realtà è stata la prima attività, unitamente a quella di autore di articoli e recensioni a tempo perso per giornali tipo “Primavisione Cinematografica” o “Cinema Nuovo”. Il cinema è una malattia ed ho iniziato a sfogarla con un libricino sul Western-Spaghetti nel 1986, come ho già detto (ma ebbe scarso successo: ancora non si rivalutava quel genere in Italia.)
Poi hanno fatto seguito il libricino “Cinema & Aviazione” (film con aeroplani, dal bellico al catastrofico) ed uno sul “poliziottesco all’italiana” (“Giustizieri & Giustiziati”, rimasto inedito; nel 1985 ancora non c’era il revival di questo filone).
Grosso modo a partire dal 1980 iniziai a raccogliere quanto potevo sui film di kung-fu, mia passione primigenia. Nel 1989 mi ritrovai con un malloppo di centinaia di pagine che schedava tutti i film marziali noti e non. Si intitolava “Kung-fu Cinema e Mito”. Telefonai alla Edizioni Mediterranee e chiesi un colloquio. Il boss, il Dottor Canonico, sfogliò impressionato quel dattiloscritto, ma giustamente disse qualcosa del tipo: “E’ notevole, ma in
fondo a quanti può interessare un libro sui film di kung-fu?”.Di nuovo, un filone ancor lungi dalla rivalutazione.
E così è venuta fuori quella collana di 4 libri su Bruce Lee, che in pratica era quel malloppo a puntate. Il primo, “Bruce Lee il Piccolo Drago”, uscì nel 1990 mi pare, gli altri ad intervalli regolari fino al Duemila. Ed ancora circolano le ristampe. Usai la figura-chiave di Bruce Lee come aggancio per parlare del cinema marziale di HK anni ’50-’90, con qualche cenno al muto. Poi è ovvio che vi infilai le solite cose che uno si aspetta da un libro su Lee: come si allenava, il Jeet Kune Do, etc. ma in realtà ero molto orgoglioso di poter recensire gongfupian e wuxia vecchi, ai quali nessuno aveva dedicato una riscoperta, sia pure in chiave sommaria come feci io. Oltre ai miei, solo “Il Cinema del Kung-fu” della Fanucci, dell’amico e collega di allora Riccardo Esposito, faceva altrettanto scavando nel barile dei filmetti che i cultori di oggi ignorano con sufficienza o al massimo vedono con divertito disprezzo, dimenticando che, per vent’anni, qui sono mancati strumenti di storicizzazione del genere kung-fu.

Il ben di Dio che c’è oggi è manna dal cielo, ma con internet è più facile. Io mi dannavo l’anima in una ragnatele di lettere italiane e straniere. Qualcuno rispondeva e mandava materiale (la Cinema City, Sammo Hung, Jackie Chan, l’Hong Kong Film Festival furono gentilissimi). I critici di Hong Kong come LI Cheuk To oppure Lau Shing Hon e Tony Rains, mi mandavano “papiri” pieni di cose bellissime, sorpresi che in Italia qualcuno avesse interesse al loro cinema. Era un fai-da-te.
Comunque i miei libri andarono complessivamente bene, chi più chi meno.
Ne regalai uno al povero Brandon Lee, quando venne a Roma, e uno anche a Van Damme quando passò di qui (peraltro su Van Damme collaborai anche ad un gustoso librettino di Simone Bedetti.) Nel diedi uno anche a Jackie Chan quando venne a Roma e non si aspettava un libro in italiano con un intero capitolo su di lui (e non sapeva che le foto erano tutte piratate!). Con Jackie accadde una cosa un po’ spiacevole: io avevo messo in cantiere anche un libro su di lui, ma mi chiese di non farlo subito perché lui stava scrivendo la sua autobiografia (“I’m Jackie Chan”). Così per rispetto bloccai il mio libro, ma il suo qua non arrivò mai tradotto in italiano.
Ho smesso di scrivere libri di saggistica sul “cinegongfu” cinque anni fa perché ormai avevo detto tutto quel poco o tanto che sapevo (tranne qualcosina che custodisco gelosamente per me, anche perché nessuno mi crederebbe!); ed anche perché il panorama editoriale sul cinema di Hong Kong si è un po’ inflazionato. Ma è meglio il tanto che il pochissimo. Apprezzo molto gli scritti di Nazzaro e Tagliacozzo; un po’ meno quelli che tendono a trasformare un genere sanamente popolare come il gongfupian in un esercizio di compiaciuto intellettualismo, della serie “guardate come scrivo bene e quante cose so!” Io forse scrivevo male e sapevo meno, ma non mi scrivevo addosso.
Comunque è un bene che oggi uno vada in libreria e ci trovi volumi che discettano su temi e sottotemi del cinema di Hong Kong, non solo kung-fu.”

G. M.: “Parliamo ancora di Jackie Chan: secondo te perchè i suoi film in Italia non riscontrano lo stesso successo che hanno negli altri Paesi?”

L. D. L.: “Jackie non ha sfondato in Italia per più motivi: ormai il filone è troppo sputtanato e Bruce Lee continua ad essere un’icona ingombrante, e poi la gente da noi vede le arti marziali comiche come uno sminuire l’argomento. Ogni volta che parlo di Jackie Chan con qualche non-sfegatato, la risposta è: “Ah sì, bravo, però fa ridere!”. Come se far ridere fosse facile! Charlie Chaplin (del quale Jackie è considerato da alcuni critici francesi la versione marziale) diceva che far ridere è più arduo che far piangere. E ve lo conferma anche uno scribacchino come me, riguardo la sua modesta esperienza nel comico alla Boldi-De Sica: far ridere non è mai facile, nemmeno nella trivialità, figurarsi quando si è commedianti ed acrobati insieme come Jackie Chan (o come Jean-Paul Belmondo prima di lui, parlando di un altro che non usava controfigure). Credo che Jackie non sfonderà mai qui, ma rispetto a vent’anni fa, quando ad andarlo a vedere al cinema eravamo 2 gatti e un cane, ora per lo meno con tv e dvd si è creato un suo piccolo seguito.

A me  fece impazzire dalla prima volta che vidi nel 1982, “Jackie Chan la mano che uccide” (“Fearless Hyena”): chi avrebbe mai pensato che si poteva ridere durante un duello finale tra il Buono e il Cattivo del kung-fu?
Jackie Chan ha avuto il genio di approfondire l’intuizione di Liu Chia-Liang di volgere alla risata un filone usurato, come fecero Terence Hill e Bud Spencer quando buttarono in farsa lo spaghetti-western dopo 500 film di eroi seriosi.
Ultimo ma non ultimo, il pubblico italiano in particolare, fatica a ricordare nomi e facce cinesi, ecco perché Bruce Lee, che aveva un nome americano ed un carisma che trascendeva ogni barriera etnica, resta ancor oggi la superstar asiatica più famosa. Solo che ormai i film di kung-fu sono troppo usurati perché noi li si possa accettare con l’entusiasmo degli anni ’70. Non di meno, Jackie Chan è meraviglioso! Anche se ormai ripetitivo.”

G. M.: “Il fatto che prima di Chan c’erano stati in Italia Bud Spencer & Terence Hill, ai quali Jackie disse di essersi in parte ispirato per i suoi film, non potrebbe essere una delle cause principali del suo scarso successo nel nostro Paese secondo te?”

L. D. L.: “Secondo me no: tra loro e lui ci passano un sacco di anni, a livello di uscita di film. Non penso proprio.”

G. M.: “Come già hai detto i libri che scrivesti su Bruce Lee non solo parlano del Piccolo Drago come attore/regista, ma anche come uomo. La cosa che mi ha più colpito è la precisione con la quale descrivi i vari tipi di arti marziali che il Nostro apprese. Mi viene quindi spontaneo chiederti se sei un appassionato di arti marziali al di là dei film sul genere e se ne pratichi qualcuna.”

L. D. L.: ”Come tutti i ragazzini subivo il fascino delle botte-acrobatiche, ma quando mi iscrissi in palestra nel 1981, mi accorsi che la pratica è “mooooolto” diversa. Mi accorsi pure del livello standard dei “sensei” romani, almeno per la mia piccola esperienza. Praticai un anno di Shotokan, ma era troppo rigido. In realtà avrei voluto qualche stile interno del kung-fu, solo che a Roma non c’erano scuole che mi sconfinferavano. Le palestre erano piene di esaltati che volevano diventare Bruce Lee, uno in più non serviva proprio.
Ho conosciuto però istruttori molto seri. Mi ricordo l’attore-istruttore giapponese Iwao Yoshioka, apparso in “Sandokan” ed anche in qualche filmetto: non so se fosse un gran maestro ma era un personaggio, molto preparato e con la nomea di uno che era meglio non provocare. Ho conosciuto il sifu Shin Dae Woung, che mi raccontò che da giovane in Corea aveva partecipato ad un wuxia, ma aveva un caratterino intollerante per prendere ordine dal regista su “come” fare kung-fu sullo schermo. Molti anni dopo ho avuto anche l’onore di conoscere il sifu italiano Paolo Cangelosi, che mi impressionò molto coi suoi aneddoti di quando scappò di casa per andare in Cina a praticare kung-fu. Ma non sono un cultore-praticante e nei miei libri abbondavano descrizioni tecniche perché chi leggeva su Bruce Lee cercava anche quello. I tempi non erano ancora maturi per parlare solo di cinema.

Documentandomi mi sono accorto che nei film di kung-fu in realtà nessuno praticava kung-fu, fino all’avvento di Bruce Lee. Nei vecchi film di Wang Yu e Chang Cheh vedevamo più che altro un mix tra karate nippo e Hong Quan. Il kung-fu al cinema lo si sarebbe visto solo col debutto di Liu Chia-Liang, non a caso un Sifu discendente dai maestri di Shaolin. No, non sono un esperto di arti marziali, quantunque Valerio Manfredi nei ringraziamenti de “L’Impero dei Draghi” mi indichi, bontà sua, come tale. Sono un cultore della teoria, del folklore, più che delle tecniche, anche se guardando un match od un film mi diletto ad individuare questo o quello stile.
Sotto tale aspetto Jackie Chan rimase un pochino scioccato quando gli spiegai da dove aveva estrapolato lo stile che si vedeva in “Fearless Hyena”, dove era stato probabilmente aiutato dall’attore-sifu Chan Wai Lau (nel film il mendicante-maestro Unicorno) che ne era esperto. Ci pensò qualche istante, poi ricordò: Chan Wai Lau lo aveva aiutato nelle coreografie e lui era un po’ spiazzato che un modesto fan italiano ora glielo ricordasse come se fosse la cosa più normale. Mi godetti i miei 5 minuti di gloria con Mr.Drunken Master.”

G. M.: “Se Bruce Lee non fosse morto, secondo te avrebbe fatto la stessa fine di Jet Li e Jackie Chan, che sprecano il loro talento in mediocri filmetti americani tutti uguali?”

L. D. L.: “Chissà?! Bruce era un talento superiore, sotto certi aspetti, ad un Jet Li, ma chiunque lo conobbe ha detto che poteva diventare quel che voleva e non pochi assicurano che forse si sarebbe gradualmente staccato dal filone
kung-fu.
Non lo so. La sua incommensurabile statura sta anche nel fatto che morì all’apice, nel fulgore, non ebbe il tempo di decadere e di invecchiare. E’ un mistero che fa parte del suo fascino e la sua pur breve parabola è
meravigliosa anche per questa sua compiutezza incompiuta. O incompiuta compiutezza. Certo è che quando morì aveva ricevuto proposte sia dalla Titanus italiana che da Carlo Ponti, oltre che dagli americani. Nessuno può dire dove sarebbe giunto o dove sarebbe crollato. Di certo una sua lettera scritta in gioventù parlava di abbandonare il cinema una volta raggiunto il successo e la stabilità economica per dedicarsi alla serenità interiore, etc. etc. ma era un uomo così contraddittorio, come tutti i Grandi, che forse non lo avrebbe fatto.”

G. M.: “Cosa ne pensi degli action recenti made in Hong Kong?”

L. D. L.: “Ad essere sincero ne ho visti pochi. Paradossalmente il mio interesse è scemato mentre quel cinema veniva riscoperto dalla massa. Ho visto da poco “Kung-fu Hustle” e mi ha divertito, è un perfetto popcorn-movie ma alla lunga procede per accumulo di effetti. Mi ha soprattutto fatto piacere rivederci una vecchia gloria del kung-fu anni ’70 come “Bruce Liang”, cioè Leung Siu lung (il terribile e spelacchiato Beast), che a me piaceva davvero tanto quando ero ragazzino. Lo trovai superbo ne “I Fantastici Piccoli Supermen”, quel gioiello trash del 1974. Era un esperto di tecniche di gamba fenomenale, simpatico, gaglioffo e carismatico, anche quando girava filmacci tipo “Un artiglio d’acciaio per Bruce Lee l’indomabile”. E fu bravo anche a reinterpretare Chen Zhen nella versione serial-tv di “Fist of Fury”, cioè “Dalla Cina con Furore”, da noi inedita (secondo me là è superiore anche al Jet Li di “Fist of Legend”). Devo dire che i film di Hong Kong di oggi per me diventano subito gustosi se dentro c’è qualche vecchia gloria di ieri come lui. Comunque il cinema di Hong Kong è ormai tecnicamente eccezionale da diversi anni, è quasi banale dirlo, anche se non è più una delle industrie più prolifiche del mondo, ma non sopporto l’abuso che fanno di slow-motion, accelerazioni, wirework, virtuosismi etc. Ogni tanto becco qualche mattonata tipo “Beyond Hypotermia” o un Wong Kar-Wai (due palle!) o il Johnny To di “The Mission”. Ammetto di preferire un vecchio Cang Cheh ad un moderno Tsui Hark (“The Blade”, per me, era indecente).
Non mi piacciono in genere le attrici, tolte due o tre: Cecilia Yip non mi dice nulla, come poco mi diceva Anita Mui, pace all’anima sua. Idem per Carina Lau, Carman Lee e affini(però, scusate lo sciovinismo, Chingmy Yau e Chintya Khan erano proprio due belle gnocche dell’action).
Stephen Chow è l’unico che oggi mi tiene sveglio, perché gioca con gli stereotipi del suo cinema (ed è un fanatico di Bruce Lee, come il sottoscritto). Si sarà capito ormai che io preferisco il cinema di Hong Kong marziale anni 70-80 a quello odierno. E che sono misogino per quanto concerne i film, per ovvie ragioni: per me Hong Kong si identifica col kung.fu e il kung-fu con l’Eroe Maschile. Michelle Khan è grande ma da sola non mi sprona a vedere un film.
E’ una ciliegina, non la torta.”

G. M.: “C’è da dire comunque che ultimamente ad Hong Kong di film di arti marziali e più in generale di azione se ne fanno di meno rispetto al passato, anche se quel poco che c’è è davvero notevole (“Infernal Affairs, Kung Fu Hustle, ecc.). In una recente intervista rilasciata alla rivista “Ciak” (maggio 2005), Tsui Hark dice che la causa di questa crisi è da ricercare nel sempre più crescente peso della censura cinese. Tu cosa ne pensi?”.

L. D. L.: “Non saprei: secondo me la censura era più severa nei ’70 quando sfornavano gongfupian a tutto spiano, eppure di rado ne censuravano qualcuno (paradossalmente censuravano di più i film occidentali importati a HK). Forse è anche saturazione del pubblico. Quanti kung-fu hanno prodotto? Oltre mille!
Quanti polizieschi alla John Woo? Centinaia. Può darsi che loro stiano più o meno come noi: crisi del pubblico in sala, invadenza tv, mancanza di produttori, etc. Qua in Italia il genere portante è sempre stata la commedia, eppure se ne fanno molto meno. Se Tsui Hark dice così avrà i suoi motivi, ma non credo sia problema solo di censura, semmai quella è una concausa. Forse il pubblico asiatico si è in parte stancato del kung-fu, così come quello USA si è stancato del suo genere più autentico, il western. Ogni tanto esce un bel western e ne fanno anche per la tv (recentemente sono stato a Milano a vedere “Deadwood”, di Walter Hill, un western-tv, ed ho
parlato con Brad Dourif, un famoso caratterista che vi lavora, che ha detto che a Hollywood la tv ha più potere del cinema ora; magari è lo stesso a HK). Forse il kung-fu come genere di massa non tornerà mai più, ma di tanto in tanto usciranno pellicole di gran qualità e successo. Accontentiamoci.”

G. M.: “Per concludere l’ultima domanda. Grazie al tuo lavoro hai avuto la possibilità di conoscere molti personaggi del mondo del cinema: hai qualche aneddoto più o meno serio da raccontarci?”

L.D.L.: “L’aneddoto forse più curioso concerne Brandon Lee. Dopo i nostri incontri romani, durante il suo toùr per promuovere “Drago D’Acciaio”, ci facemmo qualche foto, ma a casa mi accorsi che il rullino era stato caricato male dall’idiota di un negozio di foto-ottica vicino casa mia, (e pensare che lo avevo fatto caricare a lui proprio perché talvolta quei rullini sono difettosi). Nessuna foto. Non ci ho dormito, anche se cercavo di consolarmi: “Vabbè, col mio lavoro ricapiterà l’occasione…” Invece presentivo il contrario, la mattina dopo mi sono alzato di corsa, sono tornato all’hotel ed ho atteso nella hall finché Brandon, che era in giro per la capitale, non è rientrato. Gli ho spiegato nel mio maccheronico inglese l’accaduto e ci siamo rifatti un altro paio di foto al volo, vestiti casual come eravamo. La foto finì poi nel mio terzo libro, “Bruce & Brandon Lee: nel Nome del Drago”, nel 1995. In effetti non mi fregava granché dell’intervista che gli avevo fatto, era solo una scusa. Il mio era chiudere un cerchio ideale, una parabola iniziata da bambino, vedendo i film di Bruce Lee, proseguita da
ragazzo, scrivendo libri su Bruce Lee, ed infine compiuta da adulto, stringendo la mano al figlio di Bruce Lee. Giacché ero anche sceneggiatore, gli chiesi se avrebbe accettato proposte dall’Italia (all’epoca non era ancora noto) e disse di sì.

Nei mesi seguenti buttai giù un copione, “Triade Selvaggia”, sull’invasione della mafia cinese a Roma, pensato per Franco Nero (uno sbirro che inciampa nella Triade romana quasi per caso e scoperchia la fogna) e Brandon Lee (figlio di un Triade che fugge in Europa e denuncia in un libro le malefatte paterne). Piacque molto a Franco ed alla Rai, che a Umbria Fiction fece pure stampare delle locandine. Purtroppo, qualche mese dopo ricevetti una telefonata di Solvy Stubing, la giornalista di cinema televisiva, che mi informava della morte di Brandon in quel modo assurdo. Lo aveva appena saputo e mi aveva subito chiamato, per associazione di idee poiché avevo presentato i miei libri su Bruce nel suo programma.
Naturalmente “Triade Selvaggia” non si fece più. Non ne volli più nemmeno parlare. Solo ora, tredici anni dopo, mi ci sono rimesso su e medito di farne in un romanzo, ma per anni ho avuto una sorta di inibizione, così come
non ho mai riascoltato la registrazione di Brandon in quell’intervista del lontano 1992. Ho molti aneddoti, da Bud Spencer a Jackie Chan, ma questo è forse quello che più è rimasto attaccato: quel fottuto rullino caricato
male, quella sensazione che non avrei mai più rivisto Brandon, e che quindi mai più avrei potuto fare quella foto. Una foto che mi dà un senso di assurdo, ogni volta che guardo Brandon, in giacca, t-shirt e cappelletto di feltro col braccio intorno alla mia spalla, con un sorriso impercettibile e sommesso come sommessa era la sua personalità, quasi timida. Una fine così tragica che pensare ad un delitto è quasi più credibile che pensare alla
disgrazia. E sono certo che qualcuno lo ha fatto fuori, in quello che gli americani chiamano “fool-game”. Qualcuno avrebbe dovuto pagarla cara, ma laggiù tutto è regolato dal Dio denaro: in un paese in cui ancora non si sa la verità vera su Kennedy o sull’11 settembre, figurarsi se si può avere chiarezza sull’assassinio di un giovane attore.

Aggiungo che di recente sono stato ad Hong Kong a girare il primo documentario italiano su Bruce Lee e sul cinema del kung-fu, e nonostante i pochi mezzi a disposizione siamo riusciti ad intervistare delle autentiche leggende: in primis Liu Chia Liang, forse il più grande regista del filone, che raramente rilascia interviste agli occidentali. Poi suo fratello Gordon Liu, una star dei film di kung-fu Shaw Bros, riscoperto da Tarantino in Kill Bill. E poi la leggenda del kung-fu di serie B Bruce Leung Siu Lung (Kung-Fusion, la sua cosa più recente), i mitici Eddy Ko, Chiang Tao, Chu Chi Ling e tanti altri. Senza contare personaggi italiani a vario titolo tangenti l’argomento, come Franco Nero, Bud Spencer, Enrico Vanzina, l’ancora bellissima Malisa Longo, il grande produttore Aurelio De Laurentiis e numerosi altri che hanno amichevolmente aderito al mio invito per ammirazione verso Bruce (e, bontà loro, per rispetto del sottoscritto). Se avessi dovuto pagarli tutti, questo documentario non si sarebbe mai potuto fare.
Uscirà a Natale 2007 in dvd e sarà una bomba! Tutti i documentari visti finora sull’argomento erano prodotti d’importazione fatti negli States o in Inghilterra, in Italia nessuno si è mai interessato a fare qualcosa di simile, perché siamo pieni di gente che “ciancia” del cinema di Hong Kong ma non produce nulla in merito. Era quindi ora che qualcuno tirasse fuori un po’ di palle! Il mio documentario si intitolerà L’URLO DI CHEN TERRORIZZA ANCORA L’OCCIDENTE, e potrà essere brutto o bello, ma intanto esiste, lo stiamo montando, è un fatto! Chiunque verrà dopo arriverà per secondo, come già accadde vent’anni fa coi miei libri sul western-spaghetti o sul cinema kung-fu.”

Auguriamo un grandissimo in bocca al lupo a Lorenzo per il suo progetto!

Giovanni Milizia

Linkografia:
http://www.imdb.com/name/nm0209906/
http://it.wikipedia.org/wiki/Lorenzo_De_Luca
http://www.filmitalia.org/filmography.asp?lang=ita&si=3&documentID=8361
http://www.cinaoggi.it/arte/letteratura/autori-libri/lorenzo-de-luca.htm
http://www.ediz-mediterranee.com/

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