Cinemorfina, per drogati di cinema

IO NO HO PAURA di Ruzzy


 
IO NO HO PAURA

di Ruzzy

Regia: G. Salvatores
Produzione, anno: ITALIA, 2003
Genere: Drammatico
Durata: 110′
Cast: Giuseppe Cristiano, Mattia di Pierro, Dino Abbrescia, Aitana Sanchez-Gijon e Diego Abatantuono
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Tratta dall’omonimo libro di Niccolò Ammaniti, la pellicola narra la storia di un ragazzino (Michele) che, nell’innocenza dei giochi di una infanzia passata a correre con le biciclette in mezzo ai campi di grano, fa una scoperta più grande di lui. Si imbatte infatti in un “buco” in cui dei malviventi custodiscono Filippo, un bimbo rapito, in attesa del pagamento del riscatto. Poco alla volta, superato l’impatto iniziale, Michele e Filippo instaurano un rapporto di fiducia reciproca ed amicizia che, vedremo nel finale del film, va oltre la comprensione dei grandi. Michele, il bambino dal viso dolce ed intelligente, origliando le discussioni che si tenevano nella sua casa e guardando al Tg1 del 1978 un riesumato Emilio Fede d’epoca, capisce pian piano tutto quanto ruota attorno a lui: chi è Filippo, che ruolo hanno il padre e Sergio (un Abatantuono perfettamente calato nel personaggio), cosa deve fare e cosa non fare, quando tacere. Tutto insomma. L’unico dettaglio che gli sfugge è perché Filippo è in un buco. Il candore del bambino non arriva a tanto…

Il film scorre benissimo, tutto d’un fiato, e l’apparente immobilità delle scene (sterminate distese dorate di grano in forte contrasto con il cielo e con il buio del “buco”) è lotta con la linfa vitale che i bambini fanno scorrere tra un fotogramma ed un altro. Le riprese, effettuate tutte con la cinepresa a un metro e 30 dal suolo, rendono una prospettiva che quasi avevamo dimenticato ma che ci è naturale, tant’è che lo spettatore non se ne accorge nemmeno. Questo messaggio subliminale è ancor più enfatizzato dalla scena finale, un po’ surreale o favolistica forse, che, se reinterpretata e vissuta immedesimandosi nei piccoli protagonisti, svela il senso dolce ed altrettanto amaro del film. Da vero maestro, abile interprete della decima musa, negli ultimissimi minuti di girato Salvatores racchiude l’anima della storia e ci regala pathos e sentimento. Le signore non resisteranno dal versare qualche lacrima…
L’unica cosa che, dal nostro modestissimo punto di vista, genera un lieve disappunto è l’epilogo, che lascia troppo spazio alla fantasia. A chi, come noi, non “va di pensare”, piacerebbe sapere com’è che va a finire.

25/08/03

 

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