Cinemorfina, per drogati di cinema

KEN PARK di Gianni Esposito Palmieri


 
KEN PARK

di Gianni Esposito Palmieri

Regia: Larry Clark e di Ed Lachman
Produzione, anno: USA, 2003
Genere: Drammatico
Durata: 96′
Cast: James Ransone (Tate); Tiffany Limos (Peaches); Stephen Jasso (Claude); James Bullard (Shawn); Mike Apaletegui (Curtis); Adam Chubbuck (Ken Park)
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Il nuovo film di Larry Clark e di Ed Lachman che ha shockato all’ultimo festival di Venezia è la storia di tra ragazzi di cui uno invisibile (per l’appunto Ken Parker) e di una ragazza, quattro storie della west – coast americana desolata, dove i ragazzini evadono dalla realtà correndo su skate e ascoltando hard – core band che urlano rabbia. Il film è vietato ai minori di 18 anni a causa di alcune scene esplicite di sesso ma forse ciò che più ha fatto arrabbiare i perbenisti è che in questo film non si parla dell’America “televisiva” quella dove tutte le famiglie sono felici, belle e contente, qui si parla della desolazione, della ribellione esistenziale di un gruppo di ragazzi che s’inventano delle storie per fuggire da un contesto pazzesco e desolante, il no–future che dalla London Burning del 77 si è spostata in un’America impazzita, dove il volere degli adulti porta le nascenti generazioni a fuggire, poco importa se nascondendosi dentro se stessi, oppure sparandosi un colpo alla tempia… oppure immaginando un mondo dove il sesso è libero, e la gente a furia di fare l’amore si dimentica della realtà.

E adesso due parole per gli autori del film: Larry Clark nasce come fotografo ma l’interesse per l’obiettivo si protrae verso una forma di cineasta interessato soprattutto ai temi forti, famosa e dirompente la sua mostra fotografica che documenta la vita violenta di giovani dipendenti di anfetamine. Al festival di Cannes vince la prestigiosa palma nel 1995 con Kids, mentre nel 2001 si presenta a Venezia con Bully.
Edward Lachman invece comincia la sua carriera come direttore della fotografia lavorando con maestri della portata di Sven Nykvist, Vittorio Storaro e Robby Müller.
Successivamente comincia egli a occuparsi della fotografia lavorando con registi come Werner Herzog, Wim Wenders, Jean-Luc Godard e Bernardo Bertolucci.
Un film documentario splendido segna la sua carriera: Nick’s Movie (Lampi sull’acqua) di Wenders, un cinedocumentario che all’epoca fece scalpore perché trattava della morte in diretta del regista di Gioventù bruciata… un capolavoro per chi ha avuto modo di vederlo, film di poesia e di sofferenza, omaggio a una dei più grandi registi della storia della cellulosa.

Il film comincia con un’immagine quasi pastello e sovraesposta, “una sgranatura dell’anima” ci sono tanti ragazzi che danzano sopra i loro skateboard in quelle montagne russe incantate di cemento, luogo (entropia) dove fuggire dal quotidiano. Una musica Oi Oi di sottofondo grida rabbia e vendetta, Ken Park si ferma sopra una di queste piccole montagne russe, apre lo zainetto e ne estrae una videocamera, poi un’ altro oggetto… e lì comincia il film, quando Ken Park sparisce dal mondo.

Una voce off di un ragazzino comincia a raccontare, di lui e dei suoi amici e di Ken Park che non c’è più.
– Lui, la voce narrante vive in una casa misera, e quando esce di casa va a trovare una mogliettina e madre che lascia ore intere la figlioletta a vedere videocassette di belle ragazze in bikini.
– Poi c’è l’amico della voce narrante, che ha un padre con l’ossessione del machoman e non sopporta che il figlio passi il tempo a giocare con quell’aggeggio da finocchio (lo skate).
– C’è poi una loro amica, una ragazzina mulatta che invece ha un padre che rimasto vedevo è ossessionato dalla morte della moglie e così si è riversato in una forma di religiosità a dir poco fanatica. Mangia in ginocchio, prega di continuo e predica la purezza della figlia. Ma la figlia non è per nulla pura, lei ama i giochi sessuali estremi, è la sua maniera di sentirsi libera in una gabbia di convenzioni dettata dalla pazzia di una società, forse di un mondo, del futuro del mondo.
– Infine c’è il ragazzino fuori di testa che vive con i nonni, sempre incazzato col suo cane, Zampa (alla quale manca una zampa) ma poi diventa dolce come un bambino quando si mette a giocare con le ragazzine vicine di casa.

Ken Park è tutto questo. Ripensandoci mi ha ricordato quella stessa ribellione esistenziale di un’altro film che ho amato (il giardino di cemento), ragazzi che non vogliono crescere perché dentro sono più adulti degli adulti, e perché vedono nella maniera di emanciparsi dei loro padri, della loro “civiltà”, una morte sporca, impura… una maniera di diventare folli anche se agghindati con abiti alla moda.
Il film getta uno sguardo dissacrante sull’America, ma non su quell’America delle grandi city, dove i film sono all’avanguardia, dove la musica scava tendenze che poi si diffonderanno in tutto il mondo. In quest’America (e la maggior parte dell’America è questo) non c’è nulla: spazi e spazi immensi, dove la desolazione ti prende alla gola e diventa un cancro dalla quale i ragazzi – amici immaginari di Ken Park – non vogliono farsi imprigionare.

Mente i due amici e la loro amica fanno del sesso, i tre parlano e sognano: “ho letto che c’è un posto dove tutti fanno del sesso almeno 7, 8….1000 volte al giorno e tutti sono contenti, non esiste la rabbia, non esiste il male, la gente è cosi’ “libera” che non ha il tempo di morire….”

14/07/03

 
Stop frame:
– SPOILER –
Ken park (park scritto al contrario significa merda, Ken merda quindi) dopo essersi seduto sulla montagnetta russa con gli skate che gli danzano attorno e con le cuffiette nelle orecchie che skizzano un pezzo Oi Oi, estrae dallo zainetto oltre alla videocamera una pistola, s’inquadra, poggia la canna ghiacciata alla tempia mentre l’immagine diviene sfocata, obliqua (ricorda il finale dell’amico americano di Wenders), e si spara un colpo secco alla tempia. Si vede il sangue che sbotta dall’altra parte della tempia, pare un’immagine di una composizione astratta, Ken cade a terra e si addormenta con un sorriso beffardo, con quei capelli rossi arruffati e quella faccia che si nasconde sotto un mare di lentiggini…

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