Cinemorfina, per drogati di cinema

LA FELICITà NON COSTA NIENTE di Gianni E. Palmieri


 
LA FELICITA’ NON COSTA NIENTE

di Gianni Esposito Palmieri

Regia: Mimmo Calopresti
Produzione, anno: Italia, 2002
Genere: Drammatico
Durata: 112′
Cast: Sara: Francesca Neri, Sergio: Mimmo Calopresti, Francesco: Vincent Perez, Claudia: Fabrizia Sacchi, Gianni: Peppe Servillo
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Calopresti presenta il suo ultimo film con quel “bel” vizietto che ha di trovare sempre dei titoli spiazzanti, un poco poetici e con un senso ambiguo, quasi metaforico, come a voler definire ciò che non si può “inquadrare” con certezza e decisione. Che cosa significa la felicità non costa niente? Forse che è la modernità che ci complica tutta la vita, forse che siamo noi che ci carichiamo di problemi inutili e finiamo per perdere lo sguardo davanti alle cose essenziali? Calopresti ce lo ha dimostrato nei suoi precedenti film, ha un debole per quei personaggi confusi, egli sembra “divertirsi” a giocare con le problematiche psicologiche, con la depressione, insomma: egli ha una predilezione verso il caso clinico che si scontra con la questione esistenziale. Stessa tematica era presente in “la parola amore esiste” dove il bravo Bentivoglio finiva per innamorarsi di una ragazza benestante che aveva difficoltà a vivere, a essere “normale”, oppure in “preferisco il rumore del mare”, dove un ragazzo del sud veniva al nord e trovava serissime difficoltà d’inserimento arrivando ad affermare di preferire il rumore del mare (una controtendenza che ci voleva) con questa polemica aspra a proposito della questione dell’immigrazione cominciata nei confronti della gente del sud del paese che veniva al nord, ed ora proseguita in termini di nord e sud, est ovest del mondo. Ricordo che vedendo “preferisco il rumore del mare” mi era venuto in mente che oggi solamente il cinema pare abbia il coraggio di ricordare(ci) che chi arriva dal sud per costruirsi un futuro (migliore?) al nord lo lo fa con il rimpianto di abbandonare una vita migliore. Al sud c’è il sole, al sud c’è il mare, al sud sono ancora presenti dei contatti, dei legami e rapporti umani che invece al nord non esistono affatto, al nord c’è solamente il lavoro (quando c’è). Anche Soldini nei suoi film ha spesso messo in scena questa controtendenza, il fatto che in fondo il vero peso dell’immigrazione è di chi abbandona e non di chi invece è costretto a ospitare. Insomma il cinema anche in questo caso lavora in controtendenza, e questa controtendenza ha il coraggio di dire la verità, quella che invece i politici, gli economisti, gli opinionisti non dicono mai, perché occupati sempre all’apparenza delle cose, dei conti, dei numeri.

Strano film questo “la felicità non costa niente”, come dicevo già dal principio. Comincia bene, poi si perde: troppe cose bollono in pentola, ed il finale non contribuisce a dare chiarezza alla storia. Forse quello che stona nel film è vedere lo stesso Calopresti nelle vesti del protagonista, l’architetto di successo che si mette gli abiti di quell’alta borghesia che vuol essere progressista, e che invece è così distante da quel mondo di gente comune, da chi per guadagnare il minimo indispensabile per vivere non può mai permettersi di annoiarsi. E Calopresti un velo ambiguo e pietoso a questo progressismo alla moda lo getta sopra, ma forse anche lui se ne sente parte, e allora parla e parla di sensi di colpa, d’infelicità e di semplicità dell’essere felici.

Bravi tutti gli attori a partire da Calopresti che è quasi sempre in scena (la cinepresa non sembra mai stancarsi d’inquadrarlo), poi Francese Nera, sua moglie, e una nota di merito va a Peppe Servillo, non si poteva scegliere attore-personaggio, più adatto per interpretare un ruolo così visionario e a tratti surreale.
Buona anche l’idea di raccontare in prima persona la vicenda della caduta o crisi dell’architetto. Le voci fuori campo della moglie, del protagonista, del collega amico, e dello stesso Calopresti ci accompagnano come in un romanzo, quasi come se il film desiderasse essere più un’opera letteraria che un’opera filmica.

05/02/2003

 
Stop frame:
– SPOILER –
C’è una festa al cantiere e tutti sono vestiti di nero con camice bianche che schizzano dall’inquadratura e la luce rende ancora più intenso questo bianco: pare di essere tornati indietro nel tempo, quando i surrealisti si divertivano a cambiare con le loro presenze l’estetica dei luoghi emarginati.

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