Cinemorfina, per drogati di cinema

L’Imbalsamatore


 
L’IMBALSAMATORE

di Luciana Morelli

Regia: Metteo Garrone
Produzione, anno: Ita , 2002
Genere: noir/drammatico
Durata: 110 ‘
Cast: Ernesto Mahieux, Valerio Foglia Manzillo, Elisabetta Rocchetti, Pietro Biondi
Voto:

Peppino Profeta (Enresto Mahieux) è un nanetto cinquantenne dall’aria sbarazzina che vive nella periferia di Napoli e che di mestiere fa l’imbalsamatore di animali, ma che non disdegna affatto qualche “lavoretto sporco” per la camorra, al fine di arrotondare le entrate che non sono mai sufficienti per soddisfare i suoi “vizietti”. Un bel giorno, passeggiando nello zoo, incontra Valerio (Valerio Foglia Manzillo), un ragazzone prestante che da questo punto in poi del film non fa altro che mettere in mostra i suoi pettorali (con immenso piacere della sottoscritta). Quest’ultimo si mostra interessato ai discorsi di Peppino che gli offre l’opportunità di diventare suo aiutante, insegnandogli tutti i trucchi del mestiere in modo da velocizzare i lavori di bottega. Valerio non se lo fa ripetere due volte e si lascia comprensibilmente attrarre dalle invitanti proposte lavorative: stipendio raddoppiato rispetto a quello piuttosto misero da cameriere, vita mondana, tante donne e tanti festini privati a casa del suo nuovo amico che gli risolve persino l’annoso problema della difficile convivenza col fratello offrendo al giovane la sua “generosa” ospitalità. La fidanzata, stufa del suo comportamento scostante e superficiale, lo lascia, proprio rispettando il copione che si era prefigurato Peppino nella sua mente; nessuno, tantomeno lo spettatore, sospetta neanche minimamente che dietro questa facciata di grande amicizia si possa nascondere un sentimento morboso ed asfissiante che finirà per complicare le loro vite senza possibilità di appello. Tutto il sotterfugio escogitato dal piccolo grande personaggio non tarda a venire fuori in occasione dell’entrata in ballo di Deborah (Elisabetta Rocchetti), una attraente e svampita ragazza dalla bocca “artificiale” che cambia di continuo lavoro in cerca nanche lei sa di cosa. Tra lei e Valerio sboccia subito un’irrefrenabile passione, al punto da spingere Valerio a convincere Peppino ad ospitarla nella sua casa per un periodo, dapprima breve, che poi si dilungherà davvero troppo irritando terribilmente l’ambiguo padrone di casa. Questa scomoda situazione lo metterà infatti alle strette sino a smascherlo di fronte alla realtà dei suoi sentimenti: l’affetto verso il suo pupillo è in verità un torbido mix di amore, attrazione carnale e sfrenata gelosia che porterà il piccoletto a difendere con le unghie e con i denti la sua “preda”. Cercherà in tutti i modi di scrollarsi di dosso la ragazza (che non vuole saperne di mollare la presa) e tornare a quella che, ai suoi occhi, era una “felice” convivenza a due (se sia stata “consumata” o meno non è dato saperlo). Il tutto degenererà scatenando una vera e propria guerra che troverà il culmine nella decisione di Valerio di abbandonare tutto per partire con Deborah alla volta di Cremona, città in cui vivono i genitori di lei. Viste le premesse la storia non può non finire tragicamente….

L’idea di fondo per questa storia è stata presa da una storia vera conclusasi qualche anno fa a Roma e che riguardava le vicende del “nanetto della Stazione Termini”, un misterioso piccolo uomo con preferenze omosessuali che adescava i suoi amanti nei pressi della stazione, la cui storia però, si discosta molto da quella raccontata nella sceneggiatura del film. La recitazione a dir poco pessima dei due giovani attori è lampante tanto quanto la bravura e la brillante personalità (forse anche un po’ troppo spiccata) del più anziano Ernesto Mahieux nei panni di Peppino (che nella vita fa l’attore di teatro ed il cabarettista e quest’ultimo particolare si è notato non poco); questa differenza è talmente evidente da rovinare in un certo senso il film del regista romano Matteo Garrone, affibbiandogli una provincialità che cozza non poco con l’eleganza delle ambientazioni tetre e spettrali che ricordano a volte quelle della “Famiglia Addams” e di “Psycho”.

Le atmosfere desolanti del “cementato” litorale napoletano, recisamente quelle desertiche di “Villaggio Coppola” sulla via Domiziana, unite a quelle lugubri dei nebbiosi panorami della brughiera cremonese, fanno da sfondo alla triste storia di questi tre sventurati in perenne fuga dalla loro realtà per paura di un destino fatto di solitudine e senso di inutilità. Nonostante tutto, questo noir dai risvolti sentimental-drammatici, ha riscosso un ottimo successo in quel de la Croisette e c’è da dire che la cosa non sorprende affatto, visto e considerato che il risultato è comunque affascinante ed intrigante non foss’altro per l’originale punto di vista “avvilente” da cui la tresca amorosa viene vista. In questa storia, pur essendo i personaggi uno l’opposto dell’altro, sono tutti un pò vinti ed un pò vincitori, nessuno esce con la vittoria piena in tasca e sinceramente si fatica anche a parteggiare per l’uno o per l’altro viste le fragilità e le debolezze di ognuno di loro che, in alcuni tratti, riescono persino ad intenerire.

 
Stop frame: Notevoli e suggestive alcune inquadrature da inconsueti punti di vista, specialmente quelle iniziali che ci “offrono” la visione dagli occhi e l’udito “attufato” delle voci dei protagonisti dal punto di vista del rapace rinchiuso in gabbia; una menzione speciale per le musiche azzeccatissime e molto d’atmosfera curate e composte della “Banda Osiris”.

Like this Article? Share it!