Cinemorfina, per drogati di cinema

METROPOLIS –


 
METROPOLIS

di Marco Cherubini

Regia: Fritz Lang
Produzione, anno: Germania, 1927
Genere: Fantascienza
Durata: variabile, in base alle edizioni’
Cast: Brigitte Helm, Alfred Abel, Gustav Fröhlich, Rudolf Klein-Rogge
Voto: Apri la legendaApri la legendaApri la legendaApri la legenda

Secondo alcuni, un capolavoro; secondo altri, un’opera estremamente banale e melensa; vediamone innanzitutto la trama. Siamo nel 2026 (il film è targato, si badi bene, 1927, ma fu completato proprio nel 1926, ed è quindi proiettato cento anni esatti nel futuro): una sterminata megalopoli, Metropolis, appunto, vede svettare i suoi enormi e possenti grattacieli per centinaia e centinaia di metri. Ma la città possiede anche dei sotterranei, dove la manodopera, gli operai, vivono alla stregua di schiavi, sottoposti a massacranti turni di lavoro, sfruttati, “spremuti” di tutte le loro energie, impiegate per far adagiare sulle molli e confortevoli piume di un comodo progresso la città superiore. Parentesi: si tratta di un film comunista ? Non proprio (per inciso, piacque moltissimo ad Hitler ed a Goebbels !). Orbene, Metropolis ha un suo Signore, Joh Fredersen: un plutocrate ? Un capitalista ? Un monopolista sfrenato ? Un dittatore ? Beh, a tutti gli effetti, anche se non ci viene spiegato come ciò possa essere accaduto (dovremmo domandarcelo noi, ieri come oggi ?), di fatto il dominatore della città, governata da questi inflessibilmente.
Ma ecco che un giorno, suo figlio, Freder, il protagonista della nostra storia, prende coscienza dell’esistenza delle classi lavoratrici disagiate che vivono (in tutti i sensi) sotto i suoi piedi, ed abbandonate le mollezze ed il lusso della sua vita precedente, si cala nell’abisso (ancora in ogni senso) della città sotterranea, finendo per condividere la durissima esistenza di quei reietti (in questo ed in altri aspetti il film appare, in effetti, irrimediabilmente intriso di un Romanticismo all’epoca ampiamente trapassato).
Nel frattempo, uno scienziato (pazzo, direte voi ? Forse, ma di certo non stupido), alle dipendenze di Joh Fredersen, mostra a questi come sia divenuto finalmente in grado di creare dei perfetti automi, in grado di sostituire egregiamente, di lì a poco, gli operai da cui fatalmente dipende la città. I due decidono di creare, come prototipo, un automa-donna (ecco una scene più famose del cinema di tutti i tempi !) imitando le fattezze di Maria, una ragazza dei ghetti, che inalvea le speranze di riscatto del “proletariato”, predicando di nascosto, nelle catacombe, l’avvento di un Conciliatore che li traghetti verso una pace sociale ed una maggiore equità.
Freder si innamorerà di Maria; questi sarà segregata dallo scienziato, ed il di lei clone meccanico inciterà la popolazione del livello inferiore alla ribellione, e quindi al suicidio di classe, negli intenti di Fredersen: di più, sarà il disastro. Ma l’epilogo non sarà del tutto tragico, in ultima analisi, e dalle macerie della distruzione avvenuta si irradieranno i bagliori di una società migliore e più giusta, più vicina ad un falansterio che ad una colonia penale. E così sia.

Il giudizio su Metropolis non può che essere complesso ed articolato: piacque poco o punto a nomi del calibro di H.G. Wells, o Luis Buñuel; senz’altro il regista Fritz Lang, sul testo probabilmente melenso della consorte, ha creato qualcosa di pregevole, da cui anche oggi si può attingere molto, ivi compreso il profondo senso di disagio e di pericolo che si prova mentre si viene irretiti dalla ammaliante visione della modernità di una delle pellicole più immaginifiche e visionarie di ogni tempo. Talune scene si presentano come un vero e proprio “capogiro cinematografico”.
Del film esistono tra l’altro numerose versioni, con durate (a causa di tagli vari) e sottolineature musicali diverse, che certo non hanno favorito una unicità di giudizio.
Non un’opera permeata dall’ideologia rivoluzionaria, come s’è detto; semmai, vi si scorgono chiari segnali di socialismo utopistico; vi è molto di romantico, in termini letterari, come accennato, e la visione complessiva che ci giunge (mutuata da quella del protagonista) resta fortemente aristocratica. Assai manifesto il senso di religiosità che comunica; ovvi i parallelismi biblici (la Torre di Babele è esplicitamente ricordata nel film), e direi, evangelici; evidente l’anelito alla concordia sociale, ad una maggiore giustizia, pur nell’alveo della diversità di ruoli e classi sociali.
Non daremo alcun giudizio sugli attori, le cui interpretazioni, la cui essenza stessa (vi ho detto che si tratta di un film, che non solo è ovviamente in bianco e nero, ma che è, come è facile attendersi, muto ?) è ormai lontanissima dai nostri canoni.
Non vanno dimenticati infine gli enormi costi sostenuti all’epoca per creare quelli che modernamente chiamiamo “effetti speciali”, ancora oggi di consistente impatto emotivo.
In conclusione, anche se può parere difficile seguire ed apprezzare un simile film (in cui ad esempio un accompagnamento musicale adatto si rivela assai importante), per tutto ciò che allo spettatore può comunicare, al di là di canoni espressivi che oggi possono qua e là fare sorridere, a chi scrive, Metropolis piace. E parecchio.

20/01/03

 

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