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Oscar 2003: le statuette del compromesso – Speciale


Oscar 2003: LA STATUETTA DEL COMPROMESSO

di Francesca Colantoni

Stavolta i membri dell’Academy si sono dati una regolata, anche se non quanto avrebbero dovuto. Benché abbiano, come sempre, fatto comunque molti errori nello scegliere i candidati all’Oscar (fra le defezioni eccellenti Peter Jackson, Dennis Quaid e Leonardo Di Caprio fra gli altri) hanno tentato di evitare i grossolani errori delle edizioni precedenti, errori che avevano fatto diventare la manifestazione un vero fenomeno da baraccone. Questa edizione degli Oscar verrà ricordata come quella della guerra in Iraq e della protesta dei pacifisti ma anche come quella della vittoria (finalmente) di Nicole Kidman nella categoria di attrice protagonista per il bellissimo “The Hours”. Era ora che l’Academy si accorgesse del suo talento e della sua bravura dopo averla snobbata l’anno scorso in “Moulin Rouge” e non aver neanche considerato la sua bellissima interpretazione in “The others”. Finalmente la Kidman ha avuto il giusto riconoscimento per la sua costanza e i suoi meriti.

Anche il vincitore della categoria maschile è stato stavolta scelto con criterio. Ha vinto il quasi sconosciuto Adrien Brody per la sua bella interpretazione nel bellissimo film “Il pianista” del grande Roman Polanski. Adrien ha battuto concorrenti del calibro di Jack Nicholson, Michael Caine e Daniel Day Lewis. E sinceramente mi sembra anche giusto che abbia vinto lui contro questi mostri sacri. Primo perché Nicholson, Caine, Day Lewis e il quarto nominato Nicolas Cage (tutti molto bravi) hanno avuto già tutti il piacere di aver vinto in precedenza la statuetta e quindi mi sembra giusto premiare un esordiente fra i candidati, e poi perché Brody è davvero bravissimo ne “Il pianista”. Finalmente un uomo con la faccia comune si impone sul resto del mondo! Per la categoria dei non protagonisti hanno scelto invece di premiare il bravo Chris Cooper, che aveva già dimostrato il suo talento in altre opere come ad esempio “American Beauty”. Non discuto sulla bravura di Cooper, che faceva il suo debutto fra i candidati, ma forse sarebbe stato bello vedere l’anziano e sempre grandissimo Paul Newman ricevere una statuetta alla sua età per l’impegno del suo ruolo di gangster cattivo in “Era mio padre”. Fra le non protagonisti ha vinto invece la bella e brava Catherine Zeta Jones, che ha ritirato la statuetta con il pancione di quasi nove mesi. La sua prova in “Chicago” è stata sorprendente ma forse avrebbe meritato di più la statuetta la povera Julianne Moore, grandissima attrice più volte snobbata dall’Academy.

Miglior film dell’anno è il sorprendente “Chicago”, bellissimo musical di Rob Marshall. Probabilmente i membri dell’Academy hanno voluto premiare questo film non tanto per convinzione vera e propria quanto per farsi perdonare il fatto di aver snobbato l’anno scorso lo stupendo “Moulin Rouge” solo perché il suo autore era australiano (ogni riferimento a Buz Luhrmann e Peter Jackson è puramente casuale). Forse sarebbe stato troppo assegnare l’Oscar come miglior film dell’anno proprio a “Il pianista” visto che l’Academy si era già sforzata al massimo facendo vincere la statuetta per la regia proprio a Roman Polanski, il che equivale per molti americani darla al diavolo. Comunque la statuetta a Polanski è stata ampiamente meritata dal grande regista. Mi dispiace per Martin Scorsese ma forse avrebbe meritato la statuetta per altre opere precedenti, di certo più convincenti di “Gangs of New York”, che resta comunque un caso unico nel suo genere. Ritornando a “Il pianista”, sarebbe stata comunque una forzatura troppo grande per i diplomatici membri dell’Academy premiare un film che parla di guerra e antisemitismo proprio in un periodo storico come questo. Meglio la gioiosa allegria di “Chicago” che con le sue canzoni e i suoi numeri coreografici allontana da pensieri tristi. Stesso discorso dicasi per l’altro candidato come miglior film “The Hours”, bellissimo ma con temi scottanti come il suicidio, l’abbandono dei figli, l’AIDS e l’omosessualità.

Ampiamente meritata anche la statuetta a Pedro Almodóvar per la sceneggiatura originale del bellissimo “Parla con lei”. Miglior canzone originale è invece “Lose yourself” del rapper Eminem, sorprendente protagonista del bel film “8 mile” di Curtis Hanson. Anche questa è una sorpresa, perché se Polanski per molti americani è come il diavolo, Eminem lo è senza dubbio per i Membri dell’Academy oltre che per molti moralisti e benpensanti. Ma non si poteva ignorare del tutto Eminem dopo il risalto avuto in “8 mile” e comunque la canzone è bella e significativa, anche se bisogna dire che era bella e forse di qualità superiore “The hands that built America” dei grandi U2, ma forse era troppo far vincere degli irlandesi per una canzone che parla di un Paese che anche loro hanno contribuito a costruire, come il film di Scorsese ci insegna. D’altronde gli americani sono nazionalisti e si dimenticano spesso del loro passato ricordando solo invece le cose che fanno più comodo e questo bisogna sempre ricordarlo, specialmente in tempi come questi, dove il nazionalismo eccessivo si è tradotto in una guerra assurda e predeterminata da interessi economici e non umanitari, come è stato detto.

Infine resta la statuetta per il miglior film straniero, assegnata al film tedesco “Nowhere in Africa” della regista Caroline Link. Forse avrebbero meritato di più la statuetta, a mio parere, il film cinese “Hero” (anche se forse dopo l’exploit de “La tigre e il dragone” era chiedere troppo) e il bel film messicano “Il crimine di Padre Amaro” tratto dall’omonimo romanzo del grande scrittore portoghese Eça de Queiroz, ma forse era anche in questo caso esagerato chiedere ai membri dell’Academy di capire, in un Paese protestante, le ragioni del celibato per i sacerdoti cattolici. Gli sconfitti illustri anche stavolta come si vede sono stati molti ma forse sarebbe bello che qualcuno si ricordasse anche chi nelle nominations proprio non c’è finito. Ma se iniziassi a parlare di questo argomento non la smetterei più di parlare. Quindi la smetto qui, per evitare di annoiarvi, e aggiungo soltanto che la cerimonia degli Oscar si è confermata, seppur con alcune note positive quest’anno, come una manifestazione all’insegna del compromesso e del “politically correct”.

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