Cinemorfina, per drogati di cinema

PATHFINDER: LA LEGGENDA DEL GUERRIERO VICHINGO di Anna Maria Pelella.


 
PATHFINDER: LA LEGGENDA DEL GUERRIERO VICHINGO
(Pathfinder: The Legend of the Ghost Warrior)

di Anna Maria Pelella.

Regia: Marcus Nispel
Produzione, anno: : Canada/Usa, 2007
Genere: avventura
Durata: 107′
Cast: Karl Urban, Russell Means, Ralf Moeller, Jay Tavare, Nathaniel Arcand, Wayne Baker, Moon Bloodgood, Clancy Brown, Hannah Jeffery, Jon Kralt, Kevin Loring –
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America del Nord prima di Colombo. Una nave vichinga si arena sulle coste, ed il solo sopravvissuto è un bambino di undici anni, che viene adottato da una tribù di nativi americani, col nuovo nome di Ghost. Le successive incursioni dei vichinghi sulle coste creano non poco scompiglio tra la tribù che ha allevato il ragazzo come uno dei suoi, e lui si trova a combattere per difendersi dai suoi incubi e dal suo passato, incarnati nelle figure bardate che depredano il suo villaggio d’adozione ed uccidono la sua gente, usando armi sconosciute ai nativi. E sarà solo quando riuscirà a vincere le sue paure ed a riconoscere il suo ruolo all’interno della tribù che Ghost adempirà al compito che gli era stato affidato.

Ricordate Il Tredicesimo Guerriero di J. Mc Tiernan, quella bella pellicola d’azione con elementi fantasy, una convincente interpretazione di Banderas e con un piccolo cameo di Omar Sharif? Dimenticatelo! E non provate neanche a paragonare questo nuovo finto action storico al Signore degli Anelli, cui il regista si sarebbe ispirato se solo avesse saputo come fare. Pathfinder è solo l’ennesima prova del fatto che non tutti possono girare un fantasy sia pure storico, anche citando e scopiazzando qua e là, e che non basta aver imparato a memoria il Signore degli Anelli per raggiungere le vette evocative mai più viste da allora. I guerrieri vichinghi, che molto somigliano agli orchetti di Jackson, mettono incredibilmente paura ai nativi americani, che di cose devono pure averne viste molte, ma non abbastanza da capire quando è il caso di darsi alla fuga. Occorre prima una buona dose di macelli e combattimenti, per la verità poco coinvolgenti, perchè gli ingenui abitanti delle coste capiscano di avere a che fare con armi e metalli sconosciuti. Ghost, che pare la versione povera del Piccolo Grande Uomo, nonostante i flashback e i traumi infantili che ritornano, ha lo spessore di una velina, e conserva tutto il tempo l’unica espressione che abbiamo mai visto sul suo viso dai tempi gloriosi ed epici del Signore degli Anelli, lo stupore. Ma se è pur vero che in mano a Jackson questa espressione aveva una sua ragion d’essere, dal momento che non è da tutti incontrare un hobbit con un anello stregato che porta guai e una considerevole dose di sfortuna, nonchè bestie di tutti i tipi che inseguono e macellano senza distinzione amici e nemici, in questo caso non si capisce bene il motivo di tanta ingenuità e tanto stupore. Come mai un bambino nato vichingo con ancora i segni delle frustate sulla schiena, diventa di colpo un’anima fragile e travagliata appena viene adottato dall’unica tribù nativo americana che aspira al Nirvana?
E già che ci siamo, se il bambino in questione ha rimosso del tutto la sua infanzia che emerge solo nei flashback e negli incubi, come mai senza aver mai visto prima una spada, non solo la maneggia ma ne illustra il funzionamento all’intera tribù? E ancora, se il Pathfinder del titolo è una guida spirituale, come mai non si è accorto prima della presenza tra le fila dei suoi dell’atteso prescelto? Perchè mai ha dovuto prima vedere la distruzione del villaggio e il macellamento dei suoi cari per organizzare una sia pur labile difesa? Il babbo cacciatore di quaglie e di fagiani, ops ma quella è un’altra storia, fa secco da solo un grizzly ed ha paura dei guerrieri vichinghi. I quali in tutto ciò si muovono con armi, armature, cavalli e celate all’interno di foreste incontaminate, prendendo di sorpresa il villaggio nativo, e si lanciano in un paradossale inseguimento con lo slittino dietro il nostro eroe che scivola su uno scudo, grazie Legolas! Non si vedeva una tale stupidaggine dai tempi delle catapulte che inseguono il cieco nella foresta nella parodia di Robin Hood gentilmente offerta da Kevin Costner e Kevin Reynolds. A questo punto non ci resta che chiederci come sia possibile che un regista che aveva già realizzato il trascurabile remake di The Texas Chainsaw Massacre nel 2003, abbia ancora abbastanza credito da riuscire a girare un film che deve essere pure costato un occhio, e che magari in mano ad un buon regista e ad uno sceneggiatore che avesse una vaga idea dell’epoca storica di cui si parla, sarebbe pure risultato convincente, se non proprio spettacolare, come appunto Il tredicesimo Guerriero, ma là il plot originale era un bel libro di Michael Crichton.

Anna Maria Pelella

01/09/2007

 
Stop frame:
– SPOILER –

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