Cinemorfina, per drogati di cinema

R100

Anna Maria Pelella 21 aprile 2016 Recensioni Nessun commento su R100

R100

Regia: Matsumoto Hitoshi

Genere: commedia

Durata: 100 min.

Nazione: Giappone

Anno: 2013

Cast: Nao Omori, Mao Daichi, Shinobu Terajima, Eriko Sato, Ai Tominaga, Naomi Watanabe, Hairi Katagiri, Haruki Nishimura, Gin Maeda, Suzuki Matsuo, Atsuro Watabe, Lindsay Hayward

 

R100_posterTakafumi Katayama è un impiegato di mezza età con un figlio piccolo e la moglie in coma. Per sfuggire alla solitudine si iscrive a un esclusivo club, il Bondage, che ha la caratteristica di offrire i propri servizi al di fuori delle mura stesse del club, in momenti a sorpresa e durante lo svolgimento delle attività quotidiane.

Takafumi Katayama è un uomo solo. Lavora in un grande magazzino e si occupa come può del piccolo Arashi. Sua moglie è in coma da tempo e lui cerca compagnia. Il club Bondage sembra fare al caso suo dal momento che offre la compagnia di una o più dominatrix in situazioni quotidiane. L’unica pecca di questo contratto è che non può essere annullato: una volta sottoscritto l’uomo dovrà accettare tutte le situazioni in cui si verrà a trovare.

Dopo le surreali rappresentazioni di Symbol e il, seppur buffo, ma più convenzionale Scabbard Samurai, Matsumoto Hitoshi si cimenta ancora una volta in un racconto dalle molte sfaccettature e dalla messa in scena pirotecnica. Come sempre i suoi protagonisti sono intrappolati in situazioni bizzarre e cercano di uscire da queste in modi sempre più iperbolici.

Se il protagonista di Symbol era costretto in una stanza da cui era impossibile scappare e quello di Scabbard Samurai si trovava a tentare di restituire il sorriso a un bambino catatonico a costo della propria vita, questo nuovo piccolo eroe urbano tenta con ogni mezzo, dapprima di sfuggire la solitudine e poi di sottrarsi alle conseguenze del suo tentativo.

Segno e simbolo dell’indomabilità delle pulsioni, merce in verità assai rara in Giappone, R100 racconta, con modi da commedia, il dolore quotidiano della solitudine e la difficoltà di sfuggire ai propri istinti. Takafumi Katayama è intrappolato in un universo che ha incautamente cercato, un luogo popolato dalle sue fantasie e da voraci donne dagli appetiti tesi unicamente all’umiliazione del compagno. Il lavoro di queste superdonne in biancheria di lattice è l’unico modo che egli riesce a trovare per soddisfare la sua pulsione a punirsi per il fatto di provare dei desideri.

Ma naturalmente la cosa, come sempre nella vita e ancora di più nelle società controllate rigidamente, gli sfugge ampiamente di mano, e lui si trova a fronteggiare il temibile CEO della società: una gigantessa di una volgarità abbagliante e dotata di un istinto pericolosamente omicida.

Non mancano momenti di autentica commedia, esilaranti rappresentazioni delle umiliazioni sempre più surreali che le donne studiano per il cliente/vittima di turno, ma il tocco di autentico genio, la firma del talento fuori dal comune di Matsumoto è nel momento di metacinema offerto dalla visione del regista centenario, a suo dire l’unico in grado di capire il film, che si gode i frutti del proprio lavoro, guardando la proiezione e scatenando i commenti dei critici sempre più allibiti.

La regia pulita e quasi subliminale segue le gesta del povero Takafumi, sfilacciandosi a mano a mano così come si sfalda a ogni incontro il labile senso di normalità del protagonista.

Nao Omori presta il suo imperturbabile volto allo sfortunato Takafumi Katayama, rendendo ottusamente umano un uomo semplice dalle fantasie un tantino pericolose.

Mentre le donne agiscono come un sol corpo, algide e al contempo stranamente sensuali, cui fa capo la temibile gigantessa, una spiritosissima Lindsay Hayward, che in due sole scene cancella di colpo il significato del termine “soddisfazione sessuale”.

Scegliendo ancora una volta un protagonista semplice, di quelli che hanno fatto della mediocrità la propria maschera e il proprio stile di vita, Matsumoto ci regala così l’ennesima opera dalle grandi potenzialità, espresse con modi creativi e con l’originalità che in Giappone, più che in qualsiasi altra parte del mondo, è il segno distintivo del genio.

 

Anna Maria Pelella

 

 

 

 

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