Cinemorfina, per drogati di cinema

SPECIALE FEF 5: L’HORROR DAY E ALTRE STORIE – Speciale


SPECIALE FEF 5: L’HORROR DAY E ALTRE STORIE…

e Gianpiero Mendini

Dal 24 aprile al 1 maggio 2003 si è svolta ad Udine la quinta edizione del FAR EAST FILM (FEF), festival interamente dedicato al cinema asiatico e considerato uno dei più importanti del settore (se non il più importante) a livello europeo. Per otto giorni il Teatro Nuovo “Giovanni da Udine” ha ospitato ben 52 titoli provenienti dai vari paesi dell’Asia quali Giappone, Corea, Cina, Hong Kong, Taiwan, Singapore, Tailandia e Filippine.

Noi di Cinemorfina abbiamo partecipato all’evento e siamo qui per raccontarvi una delle giornate più significative del FEF, svoltasi il 29 aprile: l’HORROR DAY.

Sette sono stati gli horror (recenti e non) proiettati durante la giornata: l’onore di aprire le danze è toccato al tailandese 999 – 9999 (2002) dell’esordiente Peter Manus.

Una leggenda metropolitana narra di un numero telefonico (appunto il 999 – 9999) che se chiamato dopo la mezzanotte, dà la possibilità di esaudire i desideri più irrealizzabili. Per ricevere, però, bisogna anche dare qualcosa in cambio e un gruppo di ragazzi scoprirà sulla propria pelle cosa significa avere a che fare col male.

Manus proviene dalla pubblicità e si vede. Il film infatti ha dalla sua una regia tecnicamente e visivamente efficace che si avvale di una fotografia patinata dal cromatismo acceso (tipica nelle produzioni tailandesi). Peccato che al di là di questo, 999 – 9999 risulti un film modesto a causa della trama prevedibile, che si rifà, con poca originalità, ai classici “teen-horror” di matrice americana come SCREAM, URBAN LEGEND e soprattutto FINAL DESTINATION. I giovani interpreti sono simpatici, alcune trovate anche abbastanza azzeccate, ma tutto ciò non basta a sollevare la pellicola dalla mediocrità. (voto: 5)

Dalla Tailandia passiamo alla Corea, ma non a quella odierna bensì agli anni sessanta.

Il catalogo del FAR EAST lo descrive come “un horror gotico che, nonostante il budget limitato, riesce ad intessere abilmente una fotografia vivace, un melodramma strappalacrime ed echi sovrannaturali tradizionali”. Certo qualcosa di buono ce l’avrà anche questo PUBLIC CEMETERY UNDER THE MOON (1967) ma comunque troppo poco per considerarlo riuscito. Gli  effetti speciali sono semplicemente ridicoli (ma, lo dobbiamo ammettere, indimenticabili: la lanterna volante perseguita tuttora le nostre notti!), il montaggio in certe scene rasenta il demenziale (specie sul finale, dove il gioco sull’accumulo di colpi di scena porta all’effetto contrario, ovvero alla noia e all’umorismo involontario) e le interpretazioni troppo melodrammatiche stonano con l’atmosfera horror che il regista Kwon Cheol-Hwi vorrebbe creare. Insomma, uno dei film meno convincenti della già di per sé non esaltante “Golden Age” coreana. (Voto: 4)

Sempre rimanendo nello stesso decennio rivoluzionario (1969, per la precisione), ecco un vero e proprio esperimento cinematografico la cui trama è alquanto ardua da raccontare. C’è uno studente di medicina (Yoshida Teruo, il quale somiglia non poco a Chow Yun-fat!) che lavora in un manicomio; c’è la morte di un suo vecchio amico al quale incredibilmente assomiglia come una goccia d’acqua; c’è un’isola maledetta nella quale vive e lavora un uomo misterioso dalle dita palmate e dall’aria vagamente hippie (l’inquietante Hijikata Tatsumi), che nei momenti liberi vaga sulla spiaggia come fosse un antenato di Sadako (protagonista della serie RINGU)….e le stranezze sono appena cominciate.

“Sarò felice se anche solo due o tre di voi usciranno dalla sala soddisfatti”. Questa, più o meno, la frase pronunciata dal regista Ishii Teruo (illustre ospite di quest’edizione del FEF) pochi attimi prima della proiezione del film: come dire, io vi avverto, poi non venite a lamentarvi!

Questo HORROR OF THE MALFORMED MAN, infatti, non si può certo definire un capolavoro: le sequenze migliori sono lo spiazzante inizio al manicomio, le immagini ricorrenti di Hijikata che “danza” sulla spiaggia, il finale trash simpaticamente ingenuo e poco altro. Dopotutto Ishii Teruo, il “Re del Cult” ce l’aveva detto… (Voto: 5)

A risollevare le sorti della giornata, ci voleva proprio una pioggia incessante, un fiume implacabile d’acqua scura: DARK WATER appunto.

Già da queste due parole si può intuire l’atmosfera fradicia e misteriosa emanata dal meraviglioso horror (e quanto mai tale termine risulta riduttivo nei confronti di un’opera così complessa e pregna di significati) di Nakata Hideo (tratto, come RINGU, da un romanzo di Suzuki Koji).

Yoshimi si trasferisce con la figlia Ikuko di cinque anni (bravissima la piccola Kanno Rio) in un appartamento situato all’interno di un vecchio condominio. La situazione non è delle più rosee: la giovane madre infatti sta combattendo una dura lotta contro l’ex marito per l’affidamento della figlioletta. A complicare ulteriormente il tutto ci si mettono delle strane e disturbanti infiltrazioni d’acqua nel soffitto dell’appartamento e le inquietanti apparizioni di una bambina dall’impermeabile giallo scomparsa anni or sono in circostanze misteriose.

In un Giappone umido e tetro, Nakata lavora ottimamente su due piani: l’efficace costruzione di un progressivo ed inarrestabile senso di tensione (grazie anche al fondamentale apporto del compositore Kawai Kenji) e il racconto, sensibile ma mai melenso e retorico, di un rapporto profondo e delicato come quello che lega una madre alla propria figlia e viceversa.

Un capolavoro trasmesso recentemente anche su Tele+: non lasciatevelo sfuggire! (Voto: 9)

 

Dopo l’emozionante pellicola di Nakata, torniamo al cinema della Corea del Sud, questa volta contemporaneo. Prima però una piccola riflessione: da un paio d’anni in qua ogni pretesto è buono per fare un film horror e crediamo purtroppo (o per fortuna, dipende dai punti di vista) che si stia raggiungendo il limite. Non fraintendeteci, amiamo il genere, però proprio per questo motivo ci è impossibile valutare positivamente un prodotto come THE PHONE.

L’intento primario del regista Ahn Byung-Ki è quello di spaventare ed il prologo nell’ascensore è un buon inizio, montato e fotografato in maniera ineccepibile. In seguito, quello che poteva diventare un film interessante si trasforma lentamente ed inesorabilmente in un’accozzaglia, più o meno ben gestita, di luoghi comuni, di spaventi telefonati (e come poteva essere altrimenti visto il titolo del film!) e di saccheggi (oops…pardon, volevamo dire citazioni) da titoli come L’ESORCISTA, RINGU, SCREAM, HYPNOSIS e chi più ne ha più ne metta.

Alla fin fine qualcosa si salva: l’indiscutibile perizia tecnica (molti i virtuosismi della mdp che però non portano da nessuna parte), il già citato prologo, l’ottima interpretazione satanica della bambina e qualche scena ad effetto. Troppo poco comunque. (Voto: 5)

Il sesto e penultimo film della giornata è stato NEW BLOOD (2002) dell’hongkonghese Soi Cheang.

Una giovane coppia che ha tentato il suicidio viene trasportata di notte in ospedale, dove tre individui (una ragazza e due ragazzi) donano il sangue per salvare la loro la vita. Il ragazzo sopravvive cadendo in un coma profondo mentre la ragazza muore. Lo spirito furioso di quest’ultima, vedendo distrutte tutte le speranze di una vita felice nell’aldilà con l’amato, decide di eliminare le causa della propria sventura: i tre donatori.

Le aspettative verso questa pellicola erano molto alte, visto che il precedente film di Soi Cheang, HORROR HOTLINE… BIG HEAD MONSTER  (2001)  aveva riscosso ampi consensi di critica e pubblico. Purtroppo non si può dire lo stesso di NEW BLOOD che, secondo noi, è stata una delle più grandi delusioni dell’Horror day.

Noioso sino all’eccesso, il film di Soi Cheang si salva solo per l’atmosfera cupa (anche se derivativa), valorizzata dai toni lividi della fotografia. La storia è abbastanza scontata e poi, diciamola tutta, siamo veramente stufi di vedere per l’ennesima volta il solito spirito biancovestito alla RINGU, che se ne va in giro a fare il bello e il cattivo tempo (ok, qua lo spettro in questione è pelato, ma la sostanza non cambia!). E’ ora di inventarsi qualcosa di nuovo invece di riciclare sempre le stesse idee, non credete? (voto: 4)

Per fortuna ci ha pensato il giapponese  JU-ON: THE GRUDGE (2003) di Shimizu Takashi, a chiudere in bellezza la giornata.

Protagonista principale della pellicola è una casa maledetta e i suoi misteri, attorno alla quale ruotano i destini di alcuni poveri sventurati.

JU-ON: THE GRUDGE è un film che o lo si ama o lo si odia senza mezzi termini. Noi di Cinemorfina lo amiamo e pensiamo veramente che sia “uno degli horror più terrificanti degli ultimi anni” (testuali parole di quel geniaccio di Sam Raimi, che ha nientemeno reclutato lo stesso Shimizu Takashi per realizzare un remake americano del film!).

Della pellicola colpisce alquanto la trama, che non ha uno sviluppo cronologico usuale, ma al contrario assai intricato, destrutturato. JU-ON è un incubo senza risveglio, abitato da esseri mostruosi che rimangono per lungo tempo ben impressi nella mente dello spettatore, provocando nello stesso quel puro e sano terrore che raramente si prova guardando un horror moderno (e chi ha avuto la fortuna di vedere il film recentemente sulle “pay tv” nostrane, sa di cosa stiamo parlando).

La speranza è che Shimizu Takashi possa confermare di nuovo il suo talento, continuando a spaventarci con film sempre più agghiaccianti e terrorizzanti: noi sinceramente non vediamo l’ora! (voto: 8)

Le luci del teatro udinese si accendono, segnalando così il termine dell’Horror day. Noi, con un misto di delusione e stanchezza addosso, usciamo lentamente dalla sala cominciando a tirare le somme. Solamente due sono stati i film veramente meritevoli di attenzione (gli ottimi DARK WATER e JU-ON: THE GRUDGE, entrambi giapponesi), in mezzo ad un mare di mediocrità e questo ci fa molto riflettere. La causa è rintracciabile forse nelle (infelici a nostro avviso) scelte degli organizzatori del FEF, o addirittura è proprio il genere horror che ormai sta tirando le cuoia e non riesce quasi più a raccontare nulla di nuovo ed interessante (ci riferiamo ovviamente ai titoli più recenti)? Secondo noi, come al solito, la verità sta nel mezzo e, sconsolati, torniamo all’ovile sperando che l’Horror day del prossimo anno sia molto più terrorizzante di questo…

QUEL CHE RESTA DEL FEF…

Ovvero i film che ci hanno più colpito del festival. 

Giovanni Milizia

SYMPATHY FOR MR. VENGEANCE, di Park Chan-wook, Corea 2002, drammatico

 

La vendetta, come è deducibile dal titolo, è il sentimento primario che guida i protagonisti del film di Park Chan-wook. Quest’ultimo, già autore dell’apprezzato JOINT SECURITY AREA (2000), ha realizzato un noir superbo, disperato, straziante: sicuramente una delle più belle pellicole del FEF 5, che, ingiustamente, è stata snobbata dalla giuria popolare del festival (forse a causa dell’eccessiva violenza di alcune sequenze?). SYMPATHY FOR MR. VENGEANCE è un film che dovrebbero vedere tutti, per capire finalmente quanto oggi la Corea sia una delle realtà cinematografiche più interessanti a livello mondiale. In una parola, sublime. (voto: 9)

CONDUCT ZERO,  di Cho Keun-shik, Corea 2002, commedia CONDUCT ZERO è una divertentissima commedia ambientata nella Corea degli anni ’80. Il film dell’esordiente Cho Keun-shik, incentrato sulle vicende di un gruppo di liceali, è costantemente in bilico tra la farsa più sfrenata, il “manga style” e una buona dose di sentimentalismo. Bravi gli interpreti, tra i quali spicca il simpatico protagonista Ryu Seung-beom, un attore di cui sentiremo parlare molto in futuro. Spiace parecchio che queste pellicole purtroppo non vengano distribuite regolarmente in Italia, perché sicuramente sono migliori delle scialbe e volgarotte commediole statunitensi che imperversano da anni sui nostri schermi. (voto: 7,5)

 

Gianpiero Mendini

SHANGRI-LA, di Miike Takashi, Giappone 2002, commedia

Miike Takashi è un autore molto, ma molto prolifico (5-6 pellicole l’anno!) ed estremamente versatile: se l’anno scorso ha scandalizzato tutti con il violentissimo ICHI THE KILLER, per l’edizione 2003 del FEF propone due opere diverse: il personale remake di un classico yakuza-movie e questo SHANGRI-LA.

Con un occhio rivolto al cinema di Yamada Yoji ed uno a quello di Kitano Takeshi, Miike costruisce una storia semplice e commovente che, attraverso le vicissitudini (a volte drammatiche, a volte buffe e surreali) di un gruppo di senzatetto capitanati dal loro “sindaco” (un irriconoscibile Aikawa Sho con tanto di parrucca afro e occhiali da sole) e da uno scrittore itinerante (Sano Shiro, ospite del FEF), getta uno sguardo non banale sulla condizione di vita del Giappone moderno e sui problemi che lo attanagliano (l’incomunicabilità, la solitudine, la mancanza di fiducia in sé stessi, il denaro e il successo come unico obiettivo della vita…). Ottima la colonna sonora. (Voto: 8)

 

THE ONE-ARMED SWORDSMAN, di Chang Cheh, Hong Kong 1967, wuxia-pian 

La CELESTIAL PICTURES, che da alcuni anni sta lavorando per riportare allo splendore di un tempo parecchi film dell’immenso catalogo appartenente agli SHAW BROTHERS, ha offerto agli spettatori del FEF l’occasione di poter ammirare rimasterizzato e su grande schermo quello che a tutti gli effetti può essere considerato il padre di tutti i wuxia-pian (film cinesi di cappa e spada): THE ONE-ARMED SWORDSMAN, ovvero lo spadaccino monco.

Il film di Chang Cheh (assieme a DRAGON GATE INN di King Hu) rivoluzionò l’intero cinema hongkonghese e creò un’incredibile sequela di remake e seguiti che giunse inarrestabile fino agli anni novanta (THE BLADE di Tsui Hark).

Wang Yu (star di prima grandezza, poi passato anche alla regia) caratterizza bene la figura dello spadaccino timido e devoto che, ferito a tradimento, riesce a sconfiggere il cattivo di turno nonostante (ed anzi, sfruttando) la grave menomazione.

Se a questo si aggiungono la fedele ricostruzione scenografica, l’ottima coreografia delle scene di combattimento (a cura del futuro regista Liu Chia-liang) e la regia ricca e moderna coadiuvata da un montaggio in anticipo sui tempi; ben si comprendono i motivi del suo status di archetipo e dell’essere ancora tutt’oggi uno dei migliori esempi di sempre del genere wuxia. (Voto: 8,5)

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