Cinemorfina, per drogati di cinema

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Anna Maria Pelella 21 aprile 2016 Recensioni Nessun commento su Tag

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Ispirato al romanzo Riaru Onigokko di Yûsuke Yamada

 

 

Mitsuko è in gita con la sua classe quando un fortissimo colpo di vento decapita letteralmente il bus su cui sta viaggiando uccidendo all’istante tutta la scolaresca, lei è l’unica superstite e dopo essersi allontanata dalla scena comincia a dubitare della realtà di quel che ha visto…

 

In un mondo di sole donne Mitsuko corre per salvarsi la vita, nel mentre si scopre altre identità e nuovi volti e con quelli deve continuare a cercare di rimanere viva in un universo ostile.

Durante la fuga si imbatte in amiche credute morte che la guidano nella corsa e, intanto, scopre di avere più di un’apparenza.

Sono Sion incastra la trama di un romanzo famoso in Giappone, precedentemente trasposto per il grande schermo da Issei Shibata (The Chasing World – Riaru Onigokko 2009 e successiva serie), nella sua personalissima estetica declinando il tutto in chiave pesantemente surreale. Il tocco inconfondibile del maestro amplia il significato di tutto quel che viene mostrato e motiva a tratti lo spettatore verso una complicità con la protagonista braccata senza motivazione apparente.

 

 

Se è pur vero che Mitsuko gioca un ruolo importante nella sua personale epopea, scoprire che nel mondo maschile, rappresentato come altro da quello in cui opera lei, i suoi avatar sono delle eroine in 3D, è senza dubbio un colpo che non si può facilmente assorbire con i punti vita di un qualsiasi GdR.

Mitsuko, Keiko e Izumi completano insieme l’archetipo del femminile, ma nessuna delle tre incarna il ruolo nel senso classico, sono delle combattenti e come tali costrette alla fuga per sopravvivere.

Il gioco appare circolare e le ellissi attraverso le quali scopriremo a mano a mano l’ampiezza dell’universo rappresentato fungono da passaggi tra un livello e l’altro della consapevolezza dello spettatore. Sono Sion opta per una rappresentazione didascalica, dai toni rallentati e dalla fotografia avvincente. Le peripezie di Mitsuko vengono semplicemente mostrate, senza esser quasi motivate se non fino ai fotogrammi finali, dove però avremo modo di scoprire non solo il suo ruolo nell’accaduto, ma anche il suo reale potere.

 

Sono Sion firma con questo Tag il suo film più intrinsecamente surreale e curiosamente quello dal minutaggio più esiguo. Se anche nell’insuperato e pirotecnico Strange Circus (Kimyo na Sakasu 2005) lo spettatore rimaneva avvinto dal dubbio della protagonista stessa circa la propria identità, in questo caso è la frenetica caccia di cui è oggetto Mitsuko a rendere il tutto metafora e segno di quel che non verrà mai chiarito fino in fondo.

Il racconto è solo parte della rappresentazione, altro è il contenuto, reso materiale di speculazione per tutta la durata dell’azione, e che solo alla fine assumerà un contorno più definito senza per questo acquisire ulteriore significato. Lo spettatore è sfidato a seguire il filo surreale che trapela sempre più insistente nella trama e con cui, alla fine, si motiva la corsa di Mitsuko verso una soluzione che in realtà non esiste. La firma di Sono Sion è proprio nella sua cifra stilistica superiore, che riesce a incollare lo spettatore davanti allo svolgimento di una storia il cui significato è più proiettivo che reale. Significato che acquisisce spessore in risposta alla passione di chi guarda, in perfetta complicità con l’artista che si nasconde sempre meno dietro l’opera, la quale ormai lo rappresenta solo per immagini, senza nessun bisogno di parole ulteriori e di spiegazioni superflue.

 

Anna Maria Pelella

 

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Titolo originale: Riaru Onigokko

Regia: Sono Sion

Genere: horror

Durata: 85 min.

Nazione: Giappone

Anno: 2015

Cast: Reina Triendl, Mariko Shinoda, Erina Mano,Yuki Sakurai, Maryjun Takahashi, Sayaka Isoyama

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