Cinemorfina, per drogati di cinema

THE DREAMERS – I SOGNATORI di Massimo Pierozzi


 
THE DREAMERS – I SOGNATORI

di Massimo Pierozzi

Regia: Bernardo Bertolucci
Produzione, anno: Italia, 2003
Genere: Drammatico
Durata: 130′
Cast: Micheal Pitt (Matthew), Eva Green (Isabelle), Louis Garrel (Théo), Jéan-Pierre Léaud (se stesso)
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The dreamers, presentato fuori concorso al Festival del cinema di Venezia, così è stato presentato dal suo autore, Bernardo Bertolucci: “Con questo film voglio spiegare ai giovani cos’è stato il ‘68”.

Con questa dichiarazione ci saremmo aspettati un film didascalico, verboso, un po’ petulante, magari all’insegna di un “come eravamo” nostalgico e lagnoso. Ci saremmo aspettati assemblee, dibattiti roventi, scontri tra studenti e poliziotti. Niente di tutto questo. The dreamers è, paradossalmente, un film quasi tutto in interni (anzi, praticamente uno solo); e non racconta il ’68 dal punto di vista della Storia, ma dal più modesto e inusuale punto di vista di tre ragazzi, i gemelli parigini Théo e Isabelle, legati da un affetto morboso al limite dell’incesto, e il loro amico Matthew, un timido americano. Tutti e tre sono cinefili accaniti, tutti e tre impareranno a conoscersi, ad amarsi, a vivere.

In questo film c’è molto del Bertolucci passato: innanzitutto la splendida agilità della macchina da presa; il gusto per gli interni claustrofobici e dai colori lividi (Ultimo tango a Parigi, 1972); la scoperta del sesso come crescita e maturazione (Io ballo da sola, 1995); la cinefilia come ragione di vita (Prima della rivoluzione, 1964). Anche la scelta di raccontare la Storia attraverso piccole grandi storie individuali non è nuova (si pensi a L’ultimo imperatore, 1988, e allo stesso Novecento, 1976). Quindi si potrebbe pensare che The dreamers non aggiunga niente di nuovo alla poetica di Bertolucci. Ma non è così. Pur avvalendosi di tematiche e motivi in buona parte già affrontati nei precedenti film, il regista parmense ci regala uno superbo film su ciò che veramente è rimasto del ’68, ovvero la rivoluzione delle coscienze.

La scelta compiuta da Bertolucci in questo senso è netta: la politica rimane sullo sfondo, le discussioni sul pensiero di Mao sono (per fortuna) poche. In primo piano invece è il senso di liberazione che il ’68 ha portato: liberazione sessuale, liberazione dall’autorità, diritto all’autodeterminazione, diritto di sognare un mondo migliore. Usando una formula facile ma esplicativa, possiamo dire che Bertolucci ci spiega il ’68 “umano”, non quello politico. Scelta giusta, perché ciò che oggi resta del ’68 è la rivoluzione “interiore” vissuta da ogni singola coscienza in quegli anni.

E questa rivoluzione “interiore” passò anche attraverso i film che proiettavano alla “Cinéthèque Française” di Parigi. Nella bellissima prima parte assistiamo a spezzoni di film di vario genere e tipo (Fuller, Mamoulian, Hawks, Ray…), vediamo filmati d’epoca in cui compaiono François Truffaut, Jean-Paul Belmondo, Jean-Pierre Léaud (la cui immagine è “doppiata” dal cinquantenne che oggi è Léaud), ascoltiamo discussioni accese su chi è più grande tra Chaplin e Keaton; vediamo gesti, parole e azioni che Theo, Isabelle e Matthew mutuano dai film che più amano (con l’autore pronto a suggerirci, tramite il sapiente montaggio di Jacopo Quadri, di che film si tratta). I tre ragazzi giocano a vivere scene di film-culto per quell’epoca (ottima l’idea della “sfida” che i tre ragazzi lanciano a Band à part di Godard, ovvero attraversare in meno di 9 minuti il Louvre), vivono imitando l’arte, vivono letteralmente nutrendosi di immagini cinematografiche (si vedano gli sguardi estasiati degli spettatori alla proiezione di Il corridoio della paura di Fuller, spettatori che sembrano vivere grazie al flusso di luce che si irradia dallo schermo ai loro occhi).

L’apparente paradosso dei giovani protagonisti è che la loro rivoluzione, la loro crescita si attua nel chiuso di un appartamento. Complice la partenza dei genitori di Théo e Isabelle, i tre ragazzi vivono in uno splendido isolamento scoprendo le gioie del sesso (Matthew e Isabelle) ma anche i dolori: la loro prima volta, nata come penitenza per non aver “indovinato” il film mimato da Théo, ha più il sapore di un rito arcaico e primitivo, quindi formante ma anche violento. I tre corpi spesso nudi si librano con purezza tra spazzatura, liquidi di ogni tipo, libri, litigi, amori dichiarati, e infine voglia di evasione da un triangolo troppo avvinghiante. La claustrofobia non può portare da nessuna parte, non si può restare per sempre amici. La claustrofobia è anche morte. E la morte sembra aleggiare in questa casa ormai ridotta ad un accumulo di rifiuti e di oggetti fuori posto. Ma è solo un’apparizione, quasi un campanello d’allarme che Théo, Isabelle e Matthew sembrano prontamente recepire catapultandosi “sur la rue”. Siamo ben lontani dalla chiusuria mortuaria di Salò (1975) di Pasolini o dalla corporalità agonizzante de La grande abbuffata (1973). The dreamers è l’antecedente logico di questi due film, ma anche di un film come Buongiorno, notte di Marco Bellocchio. Vedendo il finale si capirà perché.

Certo al film nuoce un finale un po’ fasullo, come fasulla suona la folla degli studenti. Qua e là si sente l’odore del trito e ritrito triangolo amoroso, in cui l’uno è geloso degli altri. Ma sono piccole venialità che si concedono ad un maestro del calibro di Bernardo Bertolucci, che ha saputo davvero spiegarci chi erano “i sognatori” del ’68.

12-10-2003

 
Stop frame:
– SPOILER –
Isabelle, dopo aver capito che i suoi genitori l’hanno vista nuda tra le braccia di Théo e Matthew, tenta un maldestro suicidio. Le immagini di lei col tubo del gas si alternano al finale di Mouchette di Bresson, in cui la giovane protagonista si lasciava rotolare nell’acqua. La Vita che imita il Cinema, o forse il Cinema è più lirico, poetico, reale della vita stessa.

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