Cinemorfina, per drogati di cinema

The Forbidden door

Anna Maria Pelella 26 aprile 2016 Recensioni Nessun commento su The Forbidden door

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The Forbidden door

Titolo originale: Pintu terlarang

Regia: Joko Anwar

Genere: thriller

Anno: 2009

Durata: 115 min.

Nazione: Indonesia

Cast: Fachry Albar, Marsha Timothy, Ario Bayu, Tio Pakusodewo, Henidar Amroe, Verdi Solaiman, Putri Sukardi, Ade Firza Paloh, Atiqah Hasiholan

Gamir è un affermato scultore. Le sue opere, raffiguranti donne in gravidanza, sono molto apprezzate e le sue mostre vanno sempre benissimo. Un giorno si accorge di una scritta che invoca aiuto sul muro della sua casa. Scopre presto di essere l’unico a vederla e si convince che qualcuno stia chiedendo direttamente a lui di fare qualcosa. Da quel momento in poi la sua vita comincia a sfaldarsi e molte delle sue convinzioni si rivelano fallaci.

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David Lynch oltre ad essere un grandissimo regista è senz’altro una potente fonte di ispirazione per giovani menti dotate della giusta visionarietà. Nel caso di Joko Anwar, Lynch funge bene da detonatore per il lento sgocciolio di angosce mai sopite, cui il grande cineasta ha spesso dato asilo, e che qui trovano una degna espressione, sia pure derivativa, ma senza dubbio efficace.

Joko costruisce, con maestria e con un pizzico di arroganza, un universo talmente sbieco da risultare scivoloso, e del tutto alieno alla logica conseguenziale con cui solitamente si raccontano i fatti.

Gamir vive una situazione reale assai complicata, però è anche avviluppato dalle sue stesse fantasie, e pertanto la complicazione diviene esponenziale. Immaginate un delirio che si srotola in un mondo felliniano, in cui tutto quel che si vede potrebbe esser vero solo in alcune circostanze, e mai che queste si presentino allo spettatore nella banalissima rappresentazione cronologica in cui, si spera, saranno avvenute. Quindi abbiamo un uomo che oggi soffre di impotenza e ha un problema morale circa il suo lavoro. In passato la sua situazione sentimentale si è complicata a causa di un aborto cui ha dovuto far fronte con la sua attuale compagna. Da allora niente figli e niente sesso.

Ma questo è solo l’inizio. O forse la fine, magari è a metà della storia che subentra il problema dell’impotenza, ma quello delle espressioni artistiche di successo che nascondono un segreto è di certo un problema precedente. O no?

Vabbè. Fatto sta che Gamir a un certo punto della sua vita vede delle scritte sui muri che invocano aiuto. Si convince di essere il destinatario dell’appello e si mette sulle tracce della persona in pericolo. Che si scoprirà essere un bambino. Da questo momento in poi, come nella migliore delle sceneggiature di Lynch, il mai troppo osannato Mulholland Drive, scatta un interruttore e il bambino diviene il centro della scena. Una scena che pare abitare, oltre che il suo abituale scenario, anche una stanza chiusa a chiave dietro la quale Gamir non sa cosa ci sia. Sua moglie gli ha chiesto di fidarsi di lei e lui lo ha fatto. Ma tutti sappiamo cosa capitò alla moglie di Barbablù quando volle aprire la porta proibita. Inoltre sua madre e i suoi amici non sono certo belle persone, e invitarle per Natale può essere una buona occasione di riconciliazione. L’atmosfera natalizia invita spesso alla pacificazione e al seppellimento di vecchi rancori, oppure al seppellimento di qualcos’altro, magari.

Joko Anwar in primo luogo ci mostra senza nessuno sforzo quanto possa esser considerato attualmente vitale, sia pure solo in alcuni limitati casi, il cinema indonesiano. La maestria con cui mette insieme materiale che avrebbe potuto trovar posto in più di una sceneggiatura, è solo l’inizio del suo ottimo lavoro. Oltre la bravura tecnica nel mostrare una situazione ai limiti dell’indescrivible, emerge a mano a mano anche la sua buona capacità descrittiva che reca l’impronta di un maestro e ne omaggia con dotata passione le migliori rappresentazioni.

La visione di Lynch trasuda letteralmente da ogni fotogramma di questo accuratissimo lavoro, e senza che mai si abbia anche solo il sospetto di un plagio. Il tutto ha il delicato sapore di un omaggio che, sostenuto da una buona abilità e da un occhio assai dotato per i particolari, renderebbe sicuramente fiero il maestro.

Ogni dettaglio è curato al massimo e se la fotografia pulita reca in sé la traccia di un comparto tecnico competente, è nel movimenti di macchina obliqui e nel continuo insinuare ai limiti del campo visivo che si nota l’impronta del talento per le rappresentazioni non lineari. Il lavoro con gli attori supera di gran lunga la media indonesiana in tal senso, in genere vittima di un eccesso di espressionismo e di esagerazioni ai limiti del grottesco. Qua tutto è misurato, persino gli sguardi e la recitazione diviene spontanea e naturale.

Gamir è l’occhio stesso dello spettatore, che indugia ai limiti di una porta di cui non possiede la chiave. E se la chiave è in realtà in possesso soltanto del regista, non è affatto detto che egli voglia condividere la sua conoscenza con lui e con chi lo guarda cercare dentro e fuori di sé un senso che alla fine forse neanche c’è. La continua ricerca di Gamir non è altro che la faccia nascosta del nostro stesso desiderio di capire i meccanismi che regolano la nostra vita. Molto spesso senza neanche aver coscienza del fatto che aprire un meccanismo potrebbe in alcuni casi significare la sua rottura. Gamir, come chiunque al suo posto vuole solo sapere, e tenta a più riprese di salvare un bambino, dentro lo schermo vuoto di proiezioni mai comprese, e dietro una porta il cui accesso gli  è rigorosamente proibito.

A questo punto il tutto è demandato alla volontà dello spettatore di leggere tra le righe di quel che viene mostrato e, infine decidere di prender per buona una sola delle visioni proposte, a totale discapito di tutte le altre, e col segreto rimpianto di averle dovute abbandonare per strada.

 

Anna Maria Pelella

 

 

 

 

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