Cinemorfina, per drogati di cinema

UBRIACO D’AMORE –


 
UBRIACO D’AMORE
(Punch-Drunk Love)

di Giacomo Calzoni

Regia: Paul Thomas Anderson
Produzione, anno: USA, 2002
Genere: Commedia
Durata: 91′
Cast: Adam Sandler, Emily Watson, Philip Seymour Hoffman,
Voto: Apri la legendaApri la legendaApri la legenda

E’ l’alba, a Los Angeles. Barry Egan è al telefono, nel suo ufficio. E’ convinto di aver scoperto un errore di marketing e di poter accumulare una spropositata quantità di ore di volo gratis tramite i punti di una campagna promozionale. Qualcosa però desta la sua attenzione: esce fuori, davanti a lui la strada è sgombra, il sole ancora non è sorto e, sotto un cielo color rosa, tutto sembra calmo. All’improvviso, però, un’auto carambola davanti ai suoi occhi, seguita immediatamente da un furgone che abbandona per terra un armonium per poi scomparire all’orizzonte. Ora la strada è di nuovo vuota. E Barry è ancora lì, incredulo.
Basterebbe questo folgorante incipit per rendersi immediatamente conto che non ci si trova di fronte alla solita commedia demenziale con Adam Sandler, e che Paul Thomas Anderson, dopo i magnifici exploit Altmaniani/Scorsesiani/Tarantiniani (in fin dei conti è stato scritto tutto e il contrario di tutto) di Boogie Nights e Magnolia, è pronto a sorprenderci con qualcosa di incredibilmente fresco ed originale. Ubriaco d’amore è senz’altro la manifestazione di una maturità perfettamente raggiunta, la dimostrazione che non è necessario rappresentare drammi nerissimi o affreschi epocali per mostrare il proprio talento. Al quarto film infatti il geniale regista californiano decide di ripartire (narrativamente) da zero, concentrandosi su un unico personaggio e costruendogli intorno un grottesco e personalissimo universo, popolato da sorelle opprimenti (il tema della famiglia è il denominatore comune di tutta l’opera di Anderson), da squallidi gestori di linee erotiche e dalla donna dei propri sogni, dolce e bellissima neanche fossimo dentro una favola. Lo stile, come al solito, è da ovazione – palma d’oro per la miglior regia a Cannes – gli attori in forma smagliante (soprattutto l’altrimenti bolso Sandler ) e la fotografia veramente straordinaria, ispirata al technicolor di tanto cinema americano anni ‘50 e tutta giocata sul contrasto tra il blu elettrico del completo del protagonista e il rosso fuoco dell’abito di Emily Watson. Insomma, un film straordinario, indubbiamente la miglior commedia romantica degli ultimi anni, lontanissima dalle porcherie sdolcinate con Meg Ryan: per un’ora e mezza ci si sente un po’ come Barry, attoniti, arrabbiati, frustrati e, soprattutto, terribilmente innamorati, pronti a mollare tutto e tutti per raggiungere Lei alle Hawai, proprio come in un sogno. Già, perché, citando il grandissimo Serge Daney, “se non si crede un po’ a quello che si vede sullo schermo, non vale la pena di perdere il proprio tempo con il cinema”.

03/01/04

 

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