Cinemorfina, per drogati di cinema

WHITE OLEANDER


WHITE OLEANDER

di Luciana Morelli

Regia: Peter Kosminsky
Produzione, anno: Usa 2002, 2003
Genere: drammatico
Durata: 110′
Cast: Alison Lohman, Robin Wright Penn, Michelle Pfeiffer, Renèe Zellweger, Billy Connolly, Patrick Fugit, Cole Hauser, Noah Wyle
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“…l’amore ti umilia, l’odio ti culla, è un calmante.”
Ingrid Magnussen

L’oleandro è un arbusto che produce fiori bellissimi ma che in ogni sua parte contiene un veleno micidiale che se ingerito, anche in piccolissima quantità, paralizza il cuore fino alla morte. Esattamente come può fare l’amore asfissiante di una madre che per proteggere la figlia Astrid (Alison Lohman) le avvelena l’adolescenza mostrandole solo “la zona morta” dell’amore, la parte fredda e scura dei sentimenti come quella che, per deformazione professionale, è abituata a vedere ogni giorno attraverso i negativi delle sue foto: il nero delle sagome senza la definizione dei contorni e la vitalità dei colori.

Tratto dal best-seller di Janet Fitch dall’omonimo titolo, “White Oleander” è il primo film americano di Peter Kosminsky, un intenso dramma sentimentale che segna il ritorno sugli schermi di tre bravissime attrici: Robin Wright Penn, Renèe Zellweger (nei panni di due delle madri affidatarie di Astrid) e di una a dir poco grandiosa Michelle Pfeiffer nei panni di Ingrid Magnussen, estrosa fotografa dall’indole selvatica e narcisista di chi è consapevole della sua superiorità e si sente perennemente minacciato. Mai affezionarsi alle persone, bisogna cercare la forza in se stessi, nelle proprie capacità e nella propria bellezza.

La prima volta che le sue barriere vengono meno accade l’irreparabile: dopo aver scoperto il tradimento da parte del suo amato, Ingrid divorata dalla gelosia e dal rancore decide di ucciderlo. Il tutto con la tacita approvazione della figlia quindicenne, che per rispetto e devozione nei confronti dell’adorata madre, non farà nulla per fermarla scegliendo di accollarsi per il resto della vita il rimorso di un omicidio. La donna verrà ritenuta colpevole e portata in carcere in attesa di processo. Il travaglio della giovane che nei tre anni seguenti l’arresto della madre verrà sballottata da una famiglia affidataria all’altra, ognuna con la sue drammatica realtà, metterà ad un certo punto l’algida Ingrid davanti alla scelta difficile tra la propria felicità e quella di Astrid. Una scelta apparentemente semplice che in un modo o nell’altro segnerà indelebilmente la vita di una figlia a cui è stata negata la felicità e verso cui si ha un enorme debito d’amore.

Un film doloroso, che analizza le difficoltà dell’adolescenza e della crescita interiore quando manca la guida di genitori che sanno guidare senza imporre le proprie scelte e la propria volontà; un film sulle infinite sfaccettature dell’amore: il sacrificio, il compromesso, l’odio, la vendetta, l’invidia, la gelosia ed il perdono. Diviso su due piani narrativi paralleli con da una parte il difficile rapporto odio-amore tra madre e figlia e dall’altra l’avventura di una quindicenne alle prese con le difficoltà della vita, il tutto raccontato dalla voce fuori campo della giovane protagonista Astrid Magnussen ed intervallato dai flashback che ripercorrono la preparazione del delitto.

Elegante e senza sbavature la regia di Kosminsky che alla sua prima esperienza importante ha guidato al meglio un cast di primedonne dando ad ogni ruolo la giusta importanza senza far trasparire preferenze, anzi per assurdo il risalto maggiore è spettato all’esordiente giovanissima Alison Lohman. Un pò surreale è apparsa la scelta delle famiglie in cui Astrid viene inserita, decisamente il sistema affidatario americano non ci fa una gran figura ma il senso del film evidentemente non è quello di una denuncia in questo senso. Bisogna imparare a dosare l’amore se non si vuol rischiare di diventarne vittima o, nel migliore dei casi, carnefice.

08/02/2003

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