Cinemorfina, per drogati di cinema

ZERO IN CONDOTTA


ZERO IN CONDOTTA

di Gianni Esposito Palmieri

Regia: Jean Vigo
Produzione, anno: Francia, 1933
Genere: Commedia?
Durata: 47′
Cast: Jean Dasté, Robert Le Flon, Delphin, Louis Lefèbvre, Gilbert Pruchon, Gérard de Bedarieux, Costantin Goldstein-Kehler
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Vigo, nome di battaglia Jean, (Parigi 25 aprile 1905 – 5 ottobre 1934), riconosciuto come uno dei più grandi registi dell’intera storia del cinema. Surrealista di spirito, malato di tubercolosi, che lo porterà ad abbandonare questa vita così giovane, appena ventinove anni, con solamente un lungometraggio e mezzo all’attivo (il mitico l’Atalante) e quello zero in condotta di cui parleremo ora, film che non finirà mai di stupire, influenzare e condizionare quei giovani cineasti che vedono nel cinema non solamente uno strumento di linguaggio a finalità estetiche, ma che ne individuano un modo di parlare di coscienza, di rivolta, insomma di dare un contributo civile e sociale attraverso lo scorrere dei fotogrammi.
Un dato importante per addentrarci in questo mondo immaginario che rappresenta la poesia filmica di Vigo è quello legato a una vicenda biografica del regista: la morte del padre, anarchico, rinchiuso in carcere e poi fatto passare per suicida. Quelli erano tempi in cui chi non la pensava come il regime, finiva sempre per suicidarsi. Da questo drammatico episodio si potrà comprendere il perché (quel poco cinema – ma grandissimo in termini di qualità) e’ sempre “silenziosamente” contaminato di uno spirito di rivolta. C’è chi ha definito Vigo una sorta di cineasta anarchico per eccellenza, ma io vedo in lui una sorta di spirito ribelle esistenziale di natura spontanea, insomma in Vigo non esiste la retorica del linguaggio rivoluzionario, esiste semplicemente il desiderio di essere libero dentro, e se questa libertà “naturale e di diritto” si scontra con il potere, con il sistema asfissiante burocratizzato, il conflitto diventa una componente inevitabile, non ricercato, ma scaturito dalla necessità delle condizioni che si vengono a creare.
Zero in condotta” è proprio questo: la rivolta della natura spontanea di quella adolescenza inquieta. La storia è fatta di semplicità: in un collegio francese diretto da un tale Delphin – un nano che rappresenta il paradosso dell’autorità becera impersonata da un uomo piccolo piccolo-  quattro ragazzini puniti perché si ribellano e organizzano una piccola rivolta che porterà a una sorta di occupazione simbolica dello stabile. Facendo un paragone azzardato, questo finale per certi versi ricorda quella fuga verso il mare in un’altra conclusione “aperta” mitica della storia del cinema, quella dei “400 colpi” di Truffaut.
Vigo con la sua cinepresa predilige soffermarsi su aspetti puramente poetici e sviluppa delle storie semplicissime, essenziali, quasi come a voler ribadire che la sceneggiatura è semplicemente un presupposto secondario per sviluppare invece dei momenti emozionali. E questi momenti arrivano di continuo, come raffiche di un mitra che vuole smuovere le coscienze di una collettività addormentata. I momenti più alti del film sono la battaglie dei cuscini, quando i ragazzini giocando creano un marasma di piume “lattiginose” che inondano la stanza di una lentezza – bianca – lucente – accecante di bellezza – surreale, che spesso ritroviamo in film della nostra epoca (penso a quel piccolo capolavoro di J. Jarmush “Strange than paradise” dove quel bianco, quella lentezza a-temporale che dà al film un ritmo da paradiso).

“Zero in condotta” sta alla base di quel cinema moderno che mette tra un fotogramma e quello successivo un urlo di speranza e di rivolta… di silenzioso pudore. Una rivolta naturale, fatta della spontaneità e della necessità di voler vivere, esistere, intensamente. E questa é stata la vita (avventurosa) di questo poeta che invece di adoperare le parole, la scrittura, ha rivoltato il cinema, si é impossessato di quello strumento che volente o nolente acceca tutti quanti, anche quelli che non si considerano spettatori e come in un “aspettando Godot” si limitano semplicemente a osservare.
Vigo’ ci obbliga a guardare per poi prendere posizione su ciò che ci accade attorno e lo fa con la maestria di quei personaggi che per senso etico, con una parola – per amore – non possono che lasciare un solco profondo nel nostro immaginario contaminando le anime di una bellezza vitale.
In un film uscito qualche anno fa, dove si racconta la vicenda autobiografica di Vigo, il regista si butta nell’acqua fredda di un fiume per recuperare la sua vita, la cinepresa, non curante della sua malattia, la tubercolosi, che invece lo obbligherebbe a stare lontano dai posti umidi. Lui si tuffa e recupera la cinepresa, e da lì nasce quella sequenza di una poetica assoluta che inserirà quale scena portante dell’Atalante, quando il marinaio si getta nel fiume per cercare la sua sposa e la trova, vestita di bianco come un fantasma romantico, amour foù di profumo surrealista.
Rileggendo tutta la storia di Jean Vigo si arriva ad un’unica conclusione: ci vuole così poco per fare del grande cinema, quando non si può fare a meno di farlo. E soprattutto che quando cinema e vita diventano tutt’uno, le due cose si confondono, come un folle che non riesce più a distinguere il reale da ciò che è profondità del reale.
Come Jean Vigo, che quando vedeva l’acqua (il suo amore-odio malato con l’acqua) o le piume che svolazzavano in una casa di correzione della spontaneità adolescenziale, non sapeva più distinguere qual’era il film della sua vita, o quale film potesse diventare la sua vita. E i ragazzini sopra al tetto controllano la città e la dominano di bellezza con il candore dei loro spiriti ancora non contaminati… dal diventar prima o poi adulti.
Piccolo film da vedere almeno una volta all’anno.
Per mantenersi ragazzi irrequieti per sempre.

29/12/2002

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